Per chi ama leggere in francese
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'L'ultima lezione' di Randy Pausch
Non si può "morire". La morte è un'illusione. La vita, così come la verità, non ha un suo opposto.
(David R. Hawkins )
Randy Pausch, Jeff Zaslow: The Last Lecture
Randy Pausch è un 47enne americano che sa di poter morire da un giorno all'altro. Pausch, docente universitario, ha un cancro forse inguaribile. L'anno scorso tenne una lettura pubblica che entusiasmò la platea. Si trattò dell'allegro discorso d'addio di un condannato a morte.
"Nacqui nel 1960" raccontò tra l'altro. "Avevo otto o nove anni quando vidi in tivù la conquista della luna da parte dell'uomo. Fu un evento che segnò la mia vita: imparai che l'ispirazione e la forza dei sogni può e deve influenzare positivamente la nostra esistenza."
Ora ha scritto The Last Lecture: un libro che parla della sua lotta contro la malattia ed è un'elegia al coraggio di sognare. Un testamento emozionante, almeno se si è simpatizzanti dell'ottimismo pragmatico tipico degli americani. Si tratta di un'autobiografia e di una dichiarazione d'amore alla propria moglie, di un manuale di sopravvivenza per chi soffre di gravi tumori (e per i parenti dei malati) e di una raccolta di consigli per la vita pratica. Ma soprattutto è un'"educazione dei cuori" per i suoi bambini, che dovranno condurre il resto della loro vita senza il papà. I tre piccoli (Dylan, Logan und Chloe) potranno leggere, ricordare e apprendere ciò che il genitore ha dato loro nei pochi anni di convivenza. Il successo arriva solo tramite il nostro sudore - scrive Pausch -, è vietato arrendersi, e lamentarsi è solo deleterio. Bisogna insistere sempre e prima o poi si raggiungono gli obiettivi prefissi. Lo stesso Randy Pausch è riuscito a concretizzare gran parte dei sogni di gioventù: sapere che cosa si prova in mancanza di gravità, scrivere un articolo per la World Book Encyclopedia, e altri ancora.
E' dal settembre 2006 che Pausch, esperto di informatica, sa di avere il cancro del pancreas. Ogni terapia finora si è rivelata inutile. Poco prima del suo 47° compleanno, ha organizzato una serata d'addio. Lo "show" venne registrato e qualche giorno dopo il filmato apparì su Internet. Ciò che inizialmente doveva essere un documento-memoria riservato principalmente alla moglie, ai figli e ad amici e colleghi, toccò le coscienze di vaste masse in tutto il mondo.
Si calcola che sono state 6 milioni le persone che, fino ad oggi, hanno visto il video. Altri 25 milioni hanno assistito alla puntata dell'Oprah Winfrey Show in cui è stato ospite il Professore Pausch.
Sull'homepage del docente, http://download.srv.cs.cmu.edu/~pausch/news, si possono leggere i resoconti quasi quotidiani sui tentativi per sconfiggere la malattia; il tutto corredato da piccole e grandi curiosità sulla vita familiare e professionale di Randy. Uno degli ultimi articoletti presenta una foto in cui si vede il Prof accanto alla lista dei bestseller. Il suo Last Lecture (scritto insieme a Jeff Zaslow, colonnista dello Wall Street Journal), occupa negli U.S.A. il primo posto. Il libro è uscito anche in italiano con il titolo L'ultima lezione. La vita spiegata da un uomo che muore. L'umore e l'ottimismo che traspaiono da ogni pagina infondono nel lettore una forza creativa e per certi versi liberatrice. Il famoso discorso su video, che hanno trasformato Randy Pausch in un fenomeno mediale, viene replicato, con testo ampliato e arricchito, in questo volume, un entusiasta "sì" alla Vita, un'affermazione completa e definitiva della voglia di esistere.
Randy Pausch - L'ultima lezione
E' nato un sito italiano dedicato a William Boyd
Ci sono scrittori che, vuoi per la loro ritrosia a porsi sotto i riflettori, vuoi per una sorta di "cecità" da parte degli operatori culturali, non riescono mai a diventare veramente famosi. E' il caso di William Boyd, in Gran Bretagna pluripremiato, in Italia conosciuto da pochissimi.
Boyd vanta una biografia a dir poco eccentrica: figlio di genitori scozzesi, è nato e cresciuto in Ghana, ha studiato a Nizza e a Oxford, scrive per Hollywood e oggi vive facendo la spola tra la sua casa nel quartiere londinese di Chelsea e un castello nel sud della Francia, dove produce un ottimo vino. L'autore di Inquietitudine, Stelle e strisce, Brazzaville Beach, Un pomeriggio blu, Le nuove confessioni, Ogni cuore umano, ecc. viene pubblicato in Italia da Frassinelli e Neri Pozza.
Il sito contiene recensioni dei suoi libri, notizie biografiche e una lista dei film da lui scritti.
Uno scrittore assolutamente da (ri)scoprire!
Allarme a Berlino per la prima dell'adattamento teatrale de I versetti satanici, di Salman Rushdie. L'opera sarà messa in scena questo pomeriggio alle 15 all'Hans Otto Theater di Potsdam, alle porte della capitale tedesca. Il libro, una rivisitazione romanzata in chiave onirica di un episodio della tradizione non ufficiale musulmana, è stato condannato per blasfemia dall'Ayatollah Khomeini.
I versetti satanici, pubblicato la prima volta vent'anni fa, parla di due indiani, l'attore Gibril e l'imitatore Saladin che, dopo l'esplosione nel cielo di Londra dell'aereo su cui viaggiavano, si trasformano rispettivamente in un angelo e in Satana. Servendosi della contrapposizione dei due protagonisti, Rushdie riflette su religione e misticismo, su potere e denaro, su realismo e utopia... insomma, sui valori della società e sulle domande fondamentali della vita. Nel romanzo appare anche il profeta Maometto, con il nome di Mahound.
Per via della fatwa, l'autore anglo-indiano (oggi 60enne) è costretto da due decenni a vivere sotto scorta; diversi traduttori del libro sono stati assassinati.
"Praticamente non c'è nessuno che non abbia mai sentito parlare de I versetti satanici" ha detto il coraggioso regista, Uwe Laufenberg, "ma non tutti l'hanno letto. E' un libro che viene maledetto e condannato senza essere veramente conosciuto e capito. Per questo voglio portarlo in teatro."
La polizia tedesca allestirà un adeguato servizio di sicurezza, mentre il segretario generale del Consiglio centrale dei musulmani in Germania, Aiman Mazyek, invita alla calma.
Anche Rushdie è stato invitato, ma non è ancora chiaro se sarà presente alla rappresentazione.
di Arturo Pérez-Reverte
Tropea, 2007
Come fotoreporter, Andrés Falques ne ha viste di cotte e di crude, essendo stato per decenni attivo sui principali teatri di guerra: Cambogia, Cipro, Sudamerica, Africa, ex Jugoslavia... Un giorno ha detto "basta!" e, appesi al chiodo la fida Laica e gli altri suoi strumenti di lavoro, si è ritirato a vivere in un'antica torre di avvistamento nella cala di Arraez.
Lo stesso Pérez-Reverte è stato inviato dal fronte per giornali ed emittenti televisive prima di mettersi a fare lo scrittore a tempo pieno. Per finire questo romanzo, che contiene diversi aspetti autobiografici, ha impiegato dodici anni. Il pittore di battaglie è una lettura interessante anche se impegnativa; un libro da leggere con lo stesso "polso lento" con cui è stato scritto. Ottima la traduzione di Roberta Bovaia, anche se sporadicamente appaiono termini "esotici", una deformazione professionale tipica di chi ha assorbito perfettamente la lingua straniera - in questo caso il castigliano -; un esempio su tutti: un cartello avverte "Cani pericolosi" anziché "Attenti al cane"... Ma queste sono piccole étrangetés che arricchiscono, anziché depauperarlo, il testo.
Così come l'autore, anche il protagonista è un uomo di mezz'età. Rispolverando la sua antica passione per la pittura, trascorre i suoi giorni dipingendo sulla parete circolare della sua torre-eremo un affresco che si ispira non solo alla realtà che lui tanto bene conosce, ma anche a scene di guerra, duelli epici e scontri assortiti eternizzati da pittori di svariate epoche. Questo processo di creazione dovrebbe servire a rendere tutti gli orrori che l'obiettivo fotografico, ormai divenuto un media perfetto e dunque algido, insensibile, non riesce più a cogliere. Falques è arrivato a comprendere che la fotografia ormai non può considerarsi un'arte poiché non possiede più "l'innocenza" di una volta; ed è arrivato a tale conclusione grazie anche a Olvido Ferrara, una ragazza italo-spagnola che ha voluto seguirlo nelle sue avventure di "occhio volante" e che è saltata in aria dopo aver calpestato una mina mentre era in servizio con lui nell'ex Jugoslavia.
E' più una questione di immaginazione che di ottica, aveva detto. Poi era rimasta zitta a guardare quel posto cupo, il corpo della macchina fotografica aperto tra le mani e il rullino montato solo a metà. Aveva chiuso il coperchio con uno schiocco, azionato il motore di trascinamento e sorriso a Faulques, distratta, come se avesse allontanato dalla propria mente tutti i pensieri che in quel momento l'affollavano. Quei due, Géricault e Rodin, avevano ragione: solo l'artista è portatore di verità. E' la fotografia che mente.
La perdita della compagna è uno dei drammi personali che hanno segnato la vita del protagonista; l'altro dramma, ancora in corso, lo si può facilmente intuire dalle fitte di dolore che lo affliggono con spaventosa regolarità e contro le quali non c'è altro rimedio che ingoiare pillole analgesiche. Falques sembra aver rinunciato alla vita mondana, rimanendo fuori dall'intreccio di convenzioni e rinunciando ai rapporti interpersonali. Ogni mattina fa una nuotata (trecento bracciate) e di tanto in tanto scende in paese, i cui abitanti lo considerano un tipo alquanto singolare; uno "strambo". Lui non si difende contro i pregiudizi: si è consacrato anima e corpo alla sua attività solitaria e l'unica cosa che gli importa è completare l'opera pittorica, anche se è conscio di non possedere un talento straordinario.
Finché davanti alla vecchia torre di vedetta non si presenta Markovic. Questi è un ex soldato croato che Falques ha immortalato molti anni addietro, subito dopo la caduta di Vukovar, mentre i miliziani sopravvissuti ripiegavano in ritirata. Markovic gli annuncia che è venuto fin lì per ucciderlo. La foto, pubblicata su una celebre rivista, ha cambiato la vita del croato in maniera tragica: sua moglie - serba - è stata violentata e trucidata dagli abitanti serbi del villaggio, e con lei è stato ucciso anche il figlioletto.
Tra i due uomini inizia una serie di dialoghi filosofici. Entrambi sono alla ricerca di un ordine superiore che tutto spieghi e tutto giustifichi (Falques ha individuato il senso finale nell'arte, mentre Markovic crede nella vendetta come unica soluzione). Servendosi di questo confronto dialettico, Arturo Pérez-Reverte ragiona su quello che ancora ai nostri giorni sembra essere un tabù: il destino della morte e la sua ineluttabilità. Esiste davvero un piano originario o siamo schiavi di cieche casualità? Detto per bocca di Andrés Falques, siamo tutti protagonisti di questa vita e nel contempo non contiamo niente (siamo "formichine"), poiché, quando "il piede del gigante" si abbatte, basta una frazione di secondo (il medesimo tempo di chiusura di un otturatore) per decidere se a morire dobbiamo essere noi o chi ci sta vicino. Siamo niente, eppure ogni nostra azione può avere delle conseguenze inimmaginabili. "Se una farfalla sbatte le ali in Brasile, dall’altra parte del mondo si scatenerà un uragano."
Un filo di simpatia si instaura tra il vendicatore Markovic e la sua vittima predestinata. Falques è disincantato e non sembra oltremodo terrorizzato dalla minaccia incombente. Del resto, lui osserva la guerra - e ogni altra forma di morte violenta - come normalità connaturata all’uomo e al suo destino.
Fece un mezzo giro. Con un gesto abbracciò la gente seduta nei bar all'aperto e i turisti che passeggiavano sul molo, con le loro abbronzature e i loro calzoncini corti e i loro bambini e i loro cani. "Li guardi. Così civilizzati nei limiti del possibile e finché non gli costa troppo sforzo. Chiedendo le cose per favore, quelli che ancora lo fanno... Li metta in una stanza chiusa, li privi del necessario e li vedrà sbranarsi fra di loro."
Intanto, il dipinto murale sia avvia a compimento. Repliche di eroi omerici, cavalieri medievali in armature robotiche, Ak-47, stupri, impiccagioni, duelli all’arma... E' una sorta di "guerra di tutte le guerre" che abbraccia ogni epoca: dall’assedio di Troia fino ai conflitti attuali. Lo stile compositivo farebbe pensare a Picasso, senonché è il medesimo protagonista a rifiutare il paragone, puntualizzando che c’è più guerra in un angolo di tela di Goya o di Brueghel o nello sguardo di un cavaliere di Paolo Uccello che in tutto il Guernica. E ci ricorda che Picasso non fu mai su un campo di battaglia.
Combattimenti truci, paesi incendiati all’orizzonte (sono le Torri Gemelle quelle che svettano laggiù?), corpi sventrati... e, in mezzo a tutto, un vulcano in eruzione. Il "barbaro" Markovic osserva l'affresco con sguardo sempre più interessato e va sviluppando un sorprendente senso critico. Questo senso critico lo applica anche alla persona di Falques: lo accusa non solo di avergli causato tante afflizioni, scegliendolo come soggetto di una fotografia, ma di non essere stato sempre imparziale e innocente nel suo lavoro come invece avrebbe dovuto. "Anche il fotoreporter è un combattente" è la pallida giustificazione di Falques.
Il romanzo ha un finale abbastanza prevedibile, ma sarebbe assurdo rimproverare all'autore di non aver voluto o potuto sorprenderci inventandosi un espediente meno conforme alla logica umana. Resta nitido il messaggio di fondo: la cultura, oltre a renderci maggiormente consapevoli delle atrocità che impregnano la nostra realtà, è in grado di mettere ordine nel caos; ma rimane pur sempre un analgesico, non è una forma di salvezza.
'Breve storia degli U.S.A. e getta'
di Giorgio Bertolizio
- Edizioni Clandestine, 2006"U.S.A. e getta" è un’espressione sporadicamente usata dalla stampa di sinistra negli Anni ’60-’70. Giorgio Bertolizio la riprende per etichettare significativamente questa sua Breve storia, che è in realtà un compendio abbastanza vasto e assai ben ricercato. Un libro che, grazie allo stile piacevole dell’autore, si legge come un avvincente romanzo di avventure.
Breve storia degli U.S.A. e getta si ferma al 1945. "Gli ultimi sessant’anni, almeno per chi scrive, appartengono ancora alla cronaca" spiega Bertolizio nell’introduzione. Pur tuttavia, non sono pochi i riferimenti alla storia più recente degli Stati Uniti, abilmente intessuti nella narrazione ed esposti non solo con grande cognizione di causa, ma anche con levità idiomatica e sottile umorismo. E non manca neppure qualche considerazione, ironicamente amara, sull’odierna politica italiana...
Non ci troviamo dunque tra le mani un mero affastellamento di eventi storici. Oltre ad assistere alla smitizzazione ragionata di "eroi" come George Washington, il lettore apprende quale ruolo ebbero - e hanno - le religioni nella crescita di questa grande nazione governata dal darwinismo sociale. Fu anche il bigottismo (di marca puritana, ma non solo) a rafforzare la dottrina utilitarista che condurrà gli U.S.A. a compiere atrocità sull’intero globo terracqueo, dalla Corea al Libano, dalle Filippine al Sudan e in Libia, da Panama alla Jugoslavia, fino ad Afghanistan e Irak, sempre diffondendo il vangelo dello shopping planetario sotto l’egida della "libertà democratica". Una marcia che appare inarrestabile, a dispetto di taluni incidenti sul percorso quali furono p. es. la Grande Depressione e gli attentati terroristici alle Twin Towers dell’11 settembre 2001.
Ogni cosa ebbe inizio con l’arrivo, sulla costa dove oggi sorge Plymouth, della Mayflower. Era il 16 dicembre 1620. La spedizione era stata finanziata da un gruppo di mercanti inglesi e circa un terzo dei 120 passeggeri era composto da fervidi credenti puritani: i celebri Padri Pellegrini. I nuovi coloni scoprirono il mais "e i pellirosse conobbero l’esistenza dell’alcol". Paradossalmente, fin da subito furono i civili conquistatori a comportarsi da selvaggi. Erano orde senza scrupoli che, via via che andavano impossessandosi di quegli sconfinati territori, sterminavano e trattavano in maniera bestiale coloro che chiamavano "stranieri", ossia gli amerindi, sì, i pellirosse, che di fatto sono gli unici natives del continente nordamericano.
Bertolizio si districa con abilità nel ginepraio della guerra d’Indipendenza per poi riprendere il discorso sulle ingiustizie subite dagli indiani d’America (tra l’altro ritenuti dai coloni troppo inetti per lavorare), nonché da quelle inferte agli schiavi importati dall’Africa. Parlando in termini rigorosamente storicistici, l’inettitudine di queste due tormentate razze consiste meramente nel non essersi alleate in un periodo in cui la loro popolazione era numericamente pari, se non addirittura superiore, a quella dei bianchi. Se pellirosse e negroes si fossero ribellati insieme, avrebbero sicuramente potuto spezzare tutte le catene. Ma si trattava di "buoni selvaggi", per dirla con J-J- Rousseau (e anche con Aldous Huxley): non erano preparati alla scaltrezza e alla malignità degli invasori arrivati da Old Europe. Questi ultimi erano sì nella maggior parte ignoranti e resi ciechi e stupidi dall’avidità, ma erano fiancheggiati da stuoli di legulei che lavoravano per interesse personale e/o per conto del neonato governo. L’operato di tali prìncipi dei cavilli aiuta altresì a farci comprendere come mai il paradisiaco Nuovo Mondo, usurpato da cacciatori di frodo, desperados senza arte né parte, bari, violentatori e assassini (tutti grandi bevitori di whisky e di altri intrugli letali che, negli anni del Proibizionismo, venivano distillati clandestinamente), oltre che da innumerevoli bacchettoni e farisei, riuscì a trasformarsi nella nazione più potente del mondo.
I trattati "di pace" stipulati con le varie tribù non vennero mai rispettati, e lo sterminio di enormi mandrie di bufali non venne effettuato per motivi di approviggionamento, ma per privare gli indiani della loro principale fonte di sostentamento.
Inoltre, se prendiamo la guerra di Secessione, che fu la prima - e finora unica - guerra civile svoltasi negli Stati Uniti d’America, chiunque di noi pensa in primis al nobile ideale dell’abolizione della schiavitù. In concreto, però, quando i neri vennero "liberati" e poterono andare a lavorare nelle fabbriche yankee, conobbero altri abusi e sofferenze. Le condizioni nelle città settentrionali, nei grossi centri industriali dell’Unione, erano drammatiche: in un certo senso peggiori che nelle fattorie dell’afoso Sud; e il loro salario, manco a dirlo, non si avvicinò mai alle paghe percepite dalla manopopera bianca.
Appassionante è anche il capitolo che parla della guerra contro il Messico. Allora il Messico si estendeva fino ai territori attualmente comprendenti Texas, New Messico, Utah, Nevada, Arizona, California (l’odierno ricchissimo Stato californiano era un vero e proprio deserto con una popolazione di appena 7.000 anime) e parte del Colorado. La maniera in cui gli Stati Uniti riuscirono a inglobare quelle immense regioni è un esempio della politica imperialista che Washington avrebbe esercitato anche negli anni a venire. Che tale politica poi si ritorca contro il proprio ingenuo popolo (vedi l’assalto alle Torri Gemelle e le conseguenti restrizioni fisiche e psicologiche per la cittadinanza; vedi lo tsunami di affamati latinoamericani che ogni giorno varcano la frontiera messicana e che nemmeno un’enorme muraglia riuscirà mai ad arrestare), non tange i politici, le cui decisioni vengono prese in concomitanza con l’ingordigia pecunaria delle grandi corporations.
Tanto, finché il dollaro continua a regnare...
Denaro e ipocrisia religiosa: ecco i motori della democrazia stelle-e-strisce. E sempre con un ben preciso popolo nemico - un qualche "Impero del Male" - nel mirino della politica estera.
Gli Stati Uniti, in effetti, "non possono vivere senza un nemico. Innanzi tutto, perché sono nati dalle guerre" scrive Bertolizio. "La guerra d’Indipendenza ha generato il popolo americano, la guerra di Secessione ha generato la nazione americana e le guerre mondiali hanno sancito la supremazia universale statunitense".
Man mano che la narrazione si avvicina ai nostri tempi, quel pur minimo "eroismo" da Far West si spoglia definitivamente di ogni pretesa idealista, rivelando il più gretto utilitarismo, un estremo individualismo da New Deal abbinato a un sentimento nazionalista non dissimile da quello che generò i più tremendi Reich europei.
Veniamo ad apprendere che, prima e persino durante la Seconda Guerra Mondiale, General Motors, Ford Motor Company, Standard Oil e Business International Machines "intrattenevano lucrosi rapporti d’affari con la Germania nazionalsocialista e alcuni loro dirigenti erano amici di Hitler. Tanto che a Henry Ford, nel 1938, sarà conferita dal dittatore nazista l’onoroficenza dell’Ordine dell’Aquila".
Molto intriganti e avvincenti anche i capiversi sul trattamento che, per ritorsione ai rispettivi Paesi d’origine, fu riservato a cittadini statunitensi dal cognome tedesco (una valida strategia per spingere verso la rovina finanziaria i birrai attivi sul suolo nordamericano), giapponese (per i giapponesi vennero istituiti appositi campi di concentramento; e - aggiungiamo noi - finanche i cartoni animati realizzati a Hollywood diedero man forte ai fanatici razzisti, ridicolizzando al massimo i "musi gialli")... e anche a cittadini dal cognome italiano, almeno fintantoché durò il regime mussoliniano.
Nella sua "Conclusione", che è una panoramica sull’attuale situazione geopolitica, Giorgio Bartolizio puntualizza che "non è possibile (...) che lo stile di vita americano sia condiviso da tutti gli altri abitanti del mondo, perché occorrerebbero altri tre pianeti per fornire a tutti le necessarie materie prime e smaltire l’inquinamento prodotto".
Facit: Breve storia degli U.S.A. e getta è un libro bello e importante, nonché di notevole interesse, che va a corredare le critiche già mosse all’imperialismo americano da Harold Pinter, José Saramango, Gustavo Castro Soto (La storia segreta della Coca-Cola), Gabriel García Márquez, Manuel Vázquez Montalbán, Noam Chomsky (Global Empire) e parecchi altri intellettuali. In quest’opera vengono esaminati retroscena anche alquanto curiosi, particolari biografici non notissimi di personaggi-chiave come lo stesso George Washington e come Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln (uno spilungone mal vestito!), come l’"eroe" antischiavista John Brown (che a quanto pare era soltanto un fanatico religioso completamente folle)... giù giù fino a Woodrow Wilson (il terribile 28° Presidente, propugnatore di un nuovo ordine mondiale), a Roosvelt (che abbracciò la dottrina di Monroe di un interventismo nell’America Latina con l’apparente scopo di "tutelare" quei popoli) e a Harry Truman (maggiore responsabile dell’olocausto atomico in Giappone).
Giorgio Bertolizio (Trieste, 1936) è stato per trent’anni primario ospedaliero. Ha pubblicato diversi altri saggi, sempre per le Edizioni Clandestine: Nevrosi, idiozie e malefatte dei grandi filosofi (2003), Vizi capitali e sommi pontefici (2004), Le grandi iellate di nome Maria (2005) e il recente Il Vangelo di Satana (2007), tutti ammirevoli per arguzia e ironia.
Peter Patti
1408

"1408" (1 + 4 + 0 + 8 = 13) è il numero di una camera d'albergo che incuriosisce lo scrittore Mike Enslin (John Cusack), specializzatosi nella ricerca di fenomeni paranormali dopo la prematura morte della figlioletta. Enslin ha scritto due libri su luoghi "stregati", ma in fondo è un agnostico e non crede nemmeno all'esistenza degli spiriti. Finché un giorno non riceve una cartolina su cui sta scritto: DON'T ENTER 1408. L'anonimo mittente in pratica gli suggerisce di non prendere alloggio nella misteriosa stanza, che si trova all'ultimo piano dell'Hotel Dolphin a New York. Lo scrittore raccoglie il guanto della sfida e decide stante pede esattamente il contrario. Dopo aver vinto anche la resistenza del manager dell'albergo (Samuel L. Jackson), il quale a lungo cerca di dissuaderlo dall'"intento suicida", Enslin/Cusack si impianta nella 1408 con il suo laptop, il suo rivelatore di fenomeni extrasensoriali e pochi altri averi.
E per lui inizia l'incubo...
1408 è una riuscita trasposizione di un racconto di Stephen King; sicuramente la più riuscita in assoluto, dopo il celebre Shining a firma di Stanley Kubrick. La pellicola risulta avvincente per via degli special effects (mai eclatanti, per fortuna) e della magistrale recitazione di John Cusack. Molte le sorprese cui, all'interno dell'inquietante camera d'albergo, vanno incontro il protagonista e gli spettatori; e, in conclusione della vicenda, il regista svedese Mikael Hafström (Derailed - Attrazione letale) ci dona anche un finale alternativo a quello ("poco cinematografico") dello Stephen "King of Horror".
"Dopo le proiezioni-test" ha spiegato Hafström, "abbiamo optato per il finale che c'è adesso, perchè sentivamo che era più soddisfacente. Gli altri saranno comunque disponibili sul DVD."

Titolo Originale: 1408
Regia: Mikael Hafström
Interpreti: John Cusack, Samuel L. Jackson, Mary McCormack, Andrew Lee Potts, Kim Thomson
Durata: 1h 44min.
Nazionalità: USA 2007
Genere: horror
Next
(2007)
Tratto dal racconto "The Golden Man" (1954!) di Philip K. Dick, il film vede come protagonista un Nicholas Cage molto convincente nei panni del chiaroveggente Chris Johnson. Chris è capace di prevedere il futuro, anche se per soli due minuti, e sfrutta tale facoltà professionalmente, esibendosi a Las Vegas come "mago". Quando l'America viene minacciata da terroristi stranieri, questo schivo individuo viene contattato dall'FBI, e più precisamente dall'agente Callie Ferris (Julianne Moore), la quale ha scoperto le particolari capacità di Chris in seguito a un contrattempo avvenuto in un casinò.
Sulle prime lui si rifiuta di aiutare le autorità a localizzare l'ordigno atomico, ma poi, anche per salvare la vita di Liz (Jessica Biel), accetta di partecipare alla rischiosa operazione.
La regia è di Lee Tamahori (Once were Warriors, Scomodi omicidi, L'urlo dell'odio, Nella morsa del ragno, 007 - La morte può attendere, xXx 2: The Next Level) e tra gli attori fa un'apparizione il vetusto e ormai malandato Peter Falk.
Pur non avendo ancora letto il racconto di Dick (in Italia pubblicato negli Anni Ottanta su un'antologia di Urania dal titolo Piccola Città), possiamo affermare che questa è forse la migliore trasposizione cinematografica di un'opera del celebre scrittore-temponauta. La fantascienza qui si limita alle doti extrasensoriali di Johnson/Cage; il resto è thriller, di una sorprendente attualità data la paranoia - non solo americana - di possibili attentati nucleari. Gary Goldman si riconferma sceneggiatore d'eccezione: la tensione infatti rimane sempre alta, anche se, fedelmente allo spirito di Philip K. Dick, nella storyline sono stati inseriti un paio di riflessioni filosofico-esistenziali e altrettante scene cariche di poesia.
Da vedere!
Nobel per la Letteratura a Doris Lessing
Finalmente, a 88 anni, l'ha vinto. Non glielo volevano dare forse perché ha scritto diversi romanzi di fantascienza, come se questo fosse un peccato imperdonabile (e allora Orwell? e Anthony Burgess? ah già, neanche loro l'hanno ricevuto), e finalmente, ora che è una vetusta nonnetta, ecco arrivare l'ambito riconoscimento.
Doris Lessing. Fotografia di Mark Gerson (1956).
Doris Lessing (all'anagrafe: Doris May Tayler) è inglese ma nata in Iran (ex Persia). A cinque anni fu portata in Rhodesia (oggi Zimbabwe) dai genitori, che tentavano l'avventura coloniale secondo il romanticismo illusorio tipico dell'èra vittoriana. Dopo aver frequentato un collegio femminile nella città rhodesiana di Salisbury, a tredici anni Doris se ne fuggì per trasformarsi in un'intellettuale autodidatta.
A quindici anni decise di lasciare anche la casa dei suoi (forti contrasti con la madre a causa dei metodi d'educazione troppo rigidi) e lavorò prima come infermiera, poi come centralinista e infine come impiegata. Nel 1937 si sposò (dal matrimonio nacquero due figli) per poi divorziare nel 1943, ed entrò a far parte del Left Book Club, associazione comunista dove conobbe Gottfried Lessing, attivista politico ebreo-tedesco che in seguito sposerà e dal quale avrà un terzo figlio: Peter.
Nel 1949, fallito anche questo matrimonio, si trasferì con il solo Peter in Inghilterra. Doris aveva a questo punto 30 anni e, con il suo spirito indomito e sofferente, doveva affermarsi in una Londra povera e devastata dai bombardamenti. Ci riuscì pubblicando il suo primo romanzo: L'erba canta. Ebbe così inizio la sua attività di scrittrice politicamente impegnata, soprattutto sul fronte delle battaglie femministe.
***
La Lessing ha scritto poemi, saggi e romanzi, accanto a numerose opere influenzate dalla fantascienza, per lo più sconosciute in Italia. Tra queste il famoso ciclo Canopus in Argos; Archives (cinque romanzi), in cui, fra mito, favola e allegoria, si racconta il destino del pianeta Terra dopo la glaciazione.
Il libro che l'ha fatta entrare nel circolo dei papabili al Nobel è Il taccuino d'oro (1962). Gli altri titoli che consigliamo sono: Memorie di una sopravvissuta (1974), Racconti londinesi (1987), Il quinto figlio (1988) e La storia del Generale Dann, della figlia di Mara, di Griot e del cane delle nevi (2005).
Quando le chiedono quale delle sue opere considera la più importante, la scrittrice sceglie la serie fantascientifica di Canopus in Argos.
Il Premio Nobel per la Letteratura le è stato consegnato con la seguente motivazione: "Cantrice dell'esperienza femminile, ha messo sotto esame, con scetticismo, passione e potere visionario, una civiltà divisa".
A proposito di Schmidt

Ci si chiede perché spesso Hollywood compri i diritti di romanzi eccellenti e ne faccia dei film che presentano una storia completamente diversa. Nel suo libro About Schmidt, Louis Begley ritrae un avvocato di successo che va in pensione a sessant'anni. Sua moglie, alla quale appartiene la lussuosa magione in cui abitano, soffre di una malattia che la porterà ineludibilmente alla morte. Il tutto è ambientato a New York e negli Hamptons ed è raccontato in uno stile che ricorda da vicino Knut Vonnegut.
Albert Schmidt (questo il nome del protagonista letterario), oltre a essere un uomo pieno di pregiudizi - frutto anche dell'educazione sbagliata -, ha, nonostante l'età, una carica sessuale invidiabile, e lo vediamo andare a letto con molte donne che sembrano fare a gara per concederglisi. Sua figlia, che ha avuto il privilegio di frequentare Harvard e lavora per una multinazionale del tabacco, sta preparandosi a sposare un giovanotto ebreo - avvocato - che è al servizio dello studio legale di cui Schmidt era co-titolare.
Begley illustra spietatamente la falsa morale degli WASP e uno dei temi principali (anzi: il tema principale) del romanzo è l'antisemitismo così diffuso in America soprattutto tra i bianchi agiati.
La pellicola diretta da Alexander Payne (2002) ci mostra invece Warren R. Schmidt (ma perché cambiargli pure nome?) nei panni di un ex agente assicurativo in pensione. Questo Schmidt più povero e più trasandato vive a Omaha, Nebraska, e insieme alla moglie incarna la tipica middle class anziché la fortunata casta descritta nel libro. La figlia abita a 1000 miglia di distanza e il giovanotto da lei amato non è il rampollo di due psichiatri ebrei felicemente sposati, bensì il primogenito di una stramba coppia divorziata dedita a un libertinismo che è chiara reminiscenza dell'èra hippy.
Lo Schmidt del film è un personaggio assai patetico. Non conosce avventure erotiche (neanche da vedovo) e, se non fosse stato interpretato da Jack Nicholson, noi non saremmo qui a scrivere questa recensione.
Commercializzato come "commedia brillante", A proposito di Schmidt ci vende una storia evanescente che i soliti critici "geniali" giustificano come lo specchio di quella vacuità dentro cui ristagna l'esistenza dell'anziano protagonista. In effetti Nicholson/Schmidt esprime molto bene la povertà di sentimenti che caratterizza larghi strati della piccola borghesia. A tale meschinità, o se volete a tale "stitichezza dell'anima", fa da contrappasso l'impegno che il vecchio si è voluto accollare: mandare ogni mese 22$ a Ndugu, un bimbo africano adottato a distanza. (La cifra sembra irrilevante, ma ricordiamoci che non stiamo parlando del brillante professionista del libro, ma di un cittadino ormai ingrigito che ha sempre faticato per arrivare alla fine del mese.) Le missive indirizzate al piccolo Ndugu rappresentano tra l'altro l'unico contenitore in cui Warren R. Schmidt può liberamente riversare i propri pensieri, confessare e confessarsi; seppure finanche in esse egli si ritrova spesso a mentire o ad abbellire la verità.
L'adozione del bambino tanzaniano è avvenuta in seguito a un invito televisivo: trattasi dunque di un tentativo come tanti per ammazzare la noia, non del risultato di umana generosità. Alla fine, quando Schmidt legge una lettera inviata dall'istituto in cui è ospitato Ngudu, sgorgano finalmente le lacrime. Ciò però non è il segno della perdita d'inerzia e della conversione a buoni e giusti principi, ma solo uno sfogo senile.
Molti i nodi che la sceneggiatura lascia irrisolti. Primo tra tutti, l'avversione che Schmidt prova nei confronti di Randall (il genero o futuro tale) e della sua bislacca ma simpatica famiglia. Forse spettatori molti hanno creduto che Payne, il regista, abbia voluto fare del giovanotto in questione un perfetto idiota - o "un cammello", per usare il vocabolario dello stesso Schmidt -, e come tale lo hanno giudicato. Ma gli autori si e ci contraddicono con la scena in cui il vecchio vede, nella stanza di Randall, il diploma di perito elettronico e i titoli che il giovane ha acquisiti in campo sportivo (giocando a calcio, nientedimeno: per sottolineare la stravaganza della sua tribù). Randall, a conti fatti, non è dunque quel fallito che sembra (pur se si è ridotto a fare il venditore di materassi ad acqua), e la sua sincera compartecipazione al dolore di Schmidt in seguito alla perdita della consorte è uno dei tanti fattori che ce lo rendono amabile.
Tuttavia, agli occhi di Schmidt rimane un "loser", e quindi indegno a impalmare la sua cara piccina.
La mentalità dei perdenti e dei vincenti è estremamente radicata nella società americana (e in tutto il mondo americanizzato); se è questo l'aspetto che Payne voleva condannare, avrebbe dovuto dare una piega più decisa, meno vaga, ai suoi personaggi. Avrebbe dovuto fare di Randall un vero perdente e un vero idiota; e la decisione della ragazza di sposarlo sarebbe dovuta essere dettata non dall'amore (che c'è ed è forte, com'è evidenziato da molti punti della pellicola), bensì da un atto di ritorsione contro la testardaggine paterna.
Il film è lento, ma non è questo che ci disturba: la lentezza potrebbe essere un paradigma della vecchiaia. Qualcuno ha però affermato che Payne abbia voluto ispirarsi, più che al libro, al dramma sulla noia Ikiru (1952) del grande Akira Kurosawa, nonché a certe opere di un altro sommo maestro giapponese, ovvero Yasujiro Ozu, e in particolare a Tokyo Story (Tôkyô monogatari; 1953). Può darsi che sia così, ma, a parte l'ottima fotografia, il suo film ha troppe pecche. Non basta la bravura di Nicholson e di Kathy Bates per fare di A proposito di Schmidt un capolavoro; e nemmeno un prodotto appena più che accettabile. Come in tutti gli altri lavori di questo regista, siamo di fronte a un banale drammetto hollywoodiano contenente un messaggio "umanitario" nebuloso e trito. Basta guardarsi intorno per trovare film ben più significanti incentrati sulla solitudine della vecchiaia e sulla morte. Il cinema, indipendente e no, ne ha sfornati parecchi. Alcuni titoli su tutti: No Place to Go, Tell Me a Riddle, Going in Style, Aquel ritmillo, Cocoon e Paradise Grove.