Berlino: targa commemorativa per la Dietrich
Sulla casa natale di Marlene Dietrich, a Berlino, è stata affissa una targa che ricorda la celebre attrice e cantante. Lì, nella Leberstrasse n. 65 (quartiere di Schöneberg), la Dietrich aveva visto la luce del mondo il 27 dicembre 1901. All'anagrafe il suo nome era Marie Magdalene Dietrich, ma a 11 anni decise di chiamarsi Marlene. La diva berlinese emigrò negli Stati Uniti negli Anni Trenta, in contrasto con il regime nazista che lei osteggiò una volta divenuta cittadina americana. Anche dopo la guerra, il suo antifascismo e pacifismo le attirarono addosso accuse di "tradimento" da parte dei connazionali; ciò fu uno dei motivi per cui lei fece raramente ritorno in Germania.
Recitò in oltre 50 film e morì a Parigi il 16 maggio 1992 all'età di 90 anni, dopo decenni di volontaria autoreclusione. Le sue spoglie furono poi translate nel cimitero di Berlino-Schöneberg.
E' la 362sima targa commemorativa ufficiale inaugurata a Berlino. Tutte quante servono a ricordare illustri personaggi nati nella metropoli tedesca. Quella per Marlene Dietrich, in porcellana, riporta il primo verso di una celebre, malinconica canzone: "Sag mir, wo die Blumen sind" ("Dimmi: dove sono tutti i fiori?").

Leggi la breve biografia online: Marlene Dietrich, la Vamp
A poco più di due mesi dalla scomparsa del suo socio Anthony Minghella, se ne è andato il cineasta “icona” della New Hollywood, forse l’ultimo dei grandi registi capaci di coniugare con sapienza e sottile leggerezza l’impegno politico e sociale con le dinamiche strutturali dello spettacolo hollywoodiano, formatosi nelle serie Tv degli anni ’60.
Nella filmografia di Sydney Pollack è difficile trovare pellicole non importanti, ma film come Non si uccidono così anche i cavalli? (1969), Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (1972), Come eravamo (1973), Yakuza (1975), I Tre giorni del Condor (1975), Tootsie (1982), La Mia Africa (1985), Havana (1990), Destini incrociati (1999), The Interpreter (2005), sono dei magnifici modelli di un cinema fatto di cuore e di testa, di spettacolo e di sentimenti, di forza morale e sensibilità artistica.
Ad ucciderlo è stato un cancro contro cui aveva a lungo combattuto. Aveva 73 anni.
Nato il 1 luglio 1934 a Lafayette, nell'Indiana, Sydney Pollack oltre al lavoro di regista è stato attore e produttore tra i più inventivi. Così come alcuni altri colleghi appartenenti alla Nuova Hollywood (Barry Levinson, Mike Nichols...), Pollack non ha mai rinunciato alle ambizioni artistiche, dirigendo interpreti del rango di Robert Redford, Natalie Wood, Jane Fonda, Faye Dunaway, Barbra Streisand, Tom Cruise, Harrison Ford, Nicole Kidman... e ottenendo successi di critica e soprattutto di pubblico.
Insieme a Redford fu co-fondatore del Sundance Institute, autentica istituzione del cinema americano svincolato dalle Majors, e collaborò con la Film Foundation di Martin Scorsese che si dedica alla preservazione dei capolavori del passato.
Era sposato con Claire Grisworld. La coppia ha avuto tre figli, tra i quali Steven, il primogenito, morto tragicamente nel '93 in un incidente aereo in California.
Steve Spielberg: "Si è creativi per infelicità"
In un'intervista con il Süddeutsche Zeitung Magazin il famoso regista americano rivela i retroscena del suo successo. I suoi genitori divorziarono quando lui era ancora piccolo, a scuola veniva preso in giro dai compagni perché gracile, non bello e dotato di una strana voce. Allora - verso i 13 anni - prese ad usare la videocamera del padre; parenti e vicini di casa costituirono il suo primo pubblico, un pubblico pieno di gratitudine che gli diede la sensazione di avere uno scopo nella vita.

"Con Indiana Jones IV ho riscoperto il mio amore per il pubblico. Cercherò di spiegarmi meglio: neglii ultimi quindici anni ho fatto solo film seri, da Schindler's List, al Soldato James Ryan per tacere di quelli che si occupano della situazione attuale dell'umanità o del probabile imminente futuro, cioè Terminal, Minority Report, La guerra dei mondi... Tutte opere per me importanti sia come regista sia come uomo. Volevo sapere qualcosa di più sul mondo e su me stesso. Ma questa mia ricerca in qualche modo non ha implicato necessariamente il coinvolgimento di tutti gli spettatori. Ora però, con Indiana Jones..."
"... e grazie a un budget di 185 milioni di dollari..." puntualizza l'intervistatore. "Ma mi dica: fare film è forse un metodo per riscoprire il bambino che si nasconde in ognuno di noi?"
"Era quello che avevo sempre creduto... almeno fino al 1985, quando venne al mondo il mio primo figlio. Da allora so che il bambimbo in me viene mantenuto vivo dai miei propri bimbi. Suona banale ma è così. E' a loro che racconto le varie storie prima di darle in pasto a un grosso pubblico. A loro volta, i miei figli mi raccontano le loro scoperte. Ne ho nove, sa, e la più piccola mi ha ultimamente avvicinato ai Manga, i fumetti giapponesi. All'inizio non li capivo molto... sono come un nuovo linguaggio, e bisogna essere piccoli per meglio imparare nuovi linguaggi... ma hanno finito per entusiasmarmi."
"In quale dei personaggi dei suoi film si riconosce maggiormente?"
"Ora dovrei dire: in Indiana Jones. Ma non è così. Il personaggio certamente più autobiografico è Elliott, il bambino di E.T. In lui si rispecchia la mia infanzia infelice."

Wim Wenders a Cannes con 'Palermo Shooting'
C'è anche The Palermo Shooting, il film di Wim Wenders girato nei vicoli del capoluogo siciliano, tra le diciannove opere in lizza per la Palma d'Oro al 61esimo Festival di Cannes.
Dopo Il cielo sopra Berlino, Lisbon Story e la Cuba di Buena Vista Social Club, ecco dunque Palermo. "E' questa città, con i suoi misteri e il rapporto misterioso di vita e morte radicato nel suo substrato, che dà alla storia motivo di esistere" dice il 62enne (ma ancora capellone!) Wenders.
Nello scorso ottobre a Palermo si era visto Campino; non in qualità di frontman della band punk-rock Die Toten Hosen bensì come - appunto - attore! Andreas Frege (questo il suo vero nome) è infatti il protagonista della pellicola di Wenders.
"Ho scelto il capoluogo siculo perché è legato al ricordo di quando ero giovane: sono venuto qui nel 1968. Voglio che Palermo mi parli della sua storia per poi raccontarla." Questo è quanto il regista tedesco aveva dichiarato mesi fa, quando la sua improvvisa quanto inaspettata visita aveva piacevolmente sorpreso i palermitani.
Con il passare del tempo, sul progetto emersero via via nuovi particolari. E ora il film è approdato a Cannes. E' la storia del fotografo Finn (Campino), la cui vita va a pezzi e per questo decide di mollare ogni cosa e di scendere appunto fino in Sicilia, dove inizierà una nuova vita e avrà una storia d'amore elettrizzante con una restauratrice d'arte (Giovanna Mezzogiorno).
"Giovanna Mezzogiorno è stata un'illuminazione per me!" esclama il famoso regista a proposito della sua scelta della co-protagonista. "Durante il lavoro alla sceneggiatura, avevo appeso sulla parete della mia camera d'albergo una riproduzione del dipinto dell'Annunciazione, che avevo visto già a Palazzo Abatellis, e quell'immagine così spirituale circondata dal velo azzurro intenso mi ha subito convinto che l'interprete femminile avrebbe dovuto trasmettere la stessa anima. Giovanna è perfetta: ha la medesima spiritualità che emana dal celebre quadro."
Tra i protagonisti ci sono inoltre Dennis Hopper e, nei panni di se stesso, Lou Reed.
"Non volevo l'ennesimo racconto di mafia, in quanto odio gli stereotipi. Il film è piuttosto centrato sul rapporto di vita e morte in una città che ha l'onestà di esporre le proprie ferite; un'onestà che purtroppo non riscontro in Berlino".
Il film è girato anche a Düsseldorf. "Sono dovuti passare quarant'anni prima che io abbia potuto dedicare qualche immagine filmica anche alla mia città natale!" osserva Wenders.
E' ormai la nona volta che il regista tedesco concorre a Cannes. Wenders è tra i preferiti in assoluto della Croisette, dove ha già vinto la Palma d’Oro nel 1984 con Paris, Texas (vincitore anche del Premio FIPRESCI e del Premio della giuria ecumenica), un altro FIPRESCI e la Palma per il miglior regista nel 1987 con Il cielo sopra Berlino e il Gran Premio della giuria nel 1993 con Faraway, So Close!. L’ultimo film che vi aveva presentato prima di Palermo Shooting era stato Non bussare alla mia porta (2005).
Campino invece non si è visto sulla Croisette. Il motivo: il 45enne cantante rock si è rotto un piede quando l'F.C. Liverpool (suo club preferito) è stato eliminato dalla Champions League e lui, pieno di rabbia, ha dato un calcione a un cassonetto delle immondizie.
Anthony Minghella (in memoriam)
E' morto Anthony Minghella, regista, sceneggiatore, commediografo e produttore cinematografico britannico, autore de Il paziente inglese (1996), film che gli valse l'Oscar come migliore regista nel 1997.
Minghella, figlio di emigrati italiani, aveva 54 anni. Nella sua carriera ha diretto pellicole come Ritorno a Cold Mountain e Mr. Wonderful. Nel 1999 fu nominato dall'Academy anche per Il talento di Mr. Ripley (da un romanzo di Patricia Highsmith).
Il regista, che dal 2003 al 2007 era stato a capo del British Film Institute, si è spento in un ospedale londinese, dove era stato appena operato per cancro.
La classe operaia va in paradiso
(1972)
In questo film di Elio Petri su sceneggiatura scritta insieme a Ugo Pirro, Gian Maria Volontè interpreta Ludovico "Lulù" Massa, operaio metalmeccanico orgoglioso del macchinario a cui è stato assegnato e dei frenetici ritmi di produzione che riesce a raggiungere e a cui i suoi compagni sono costretti ad adeguarsi. Lulù è ovviamente encomiato dal padrone mentre i colleghi gli sputano addosso schiume di rabbia; e la sua vita privata, resa più aspra dall'ulcera che lo tormenta, è un esempio di vacuità consumistica nonché umana, inclusi gli incontri con l'amante, che da lui desidera principalmente una pelliccia di visone. Alle agitazioni operaie Lulù non partecipa... finché, a causa di un incidente sul lavoro, non perde un dito. Sconvolto dalla mutilazione, inizia a cercare conferme fuori e dentro la fabbrica, schierandosi con un gruppo extraparlamentare (anziché con il meno oltranzista movimento sindacale). Dopo alcuni tafferugli con la polizia, viene licenziato. Un brutto colpo per un animale di produzione e ultracottomista come lui, soprattutto perché grazie alle otto ore quotidiane nella catena di montaggio era riuscito finora a mantenere due famiglie (strepitosa come al solito Mariangela Melato). In un parossismo di paranoia sociale, si rivede l'ormai folle stakanovista ritornare alla sua amata macchina grazie all'intervento dei sindacati, da lui prima snobbati.
Emblematica la scena finale, quella in cui gli operai parlano fra rumori assordanti, travisando ogni parola e rallegrandosi senza motivo mentre partecipano al sogno "paradisiaco" del confortato Lulù Massa: il manicomio di una fabbrica è l'unica dimensione per i tipi come lui.
La classe operaia va in paradiso è una fotografia perfetta non solo del passato recente d'Italia, ma anche del caos nelle attuali prigioni del lavoro. Ai suoi tempi suscitò molte polemiche negli ambienti della Sinistra perché si tendeva a mitizzare la figura dell'operaio e a sottacere le discordanze tra le varie forze impegnate nella lotta di classe. Questa e altre opere (Omicron di Ugo Gregoretti, film di "fantascienza" del 1963 con Renato Salvatori) contribuirono a gettare una luce di verità sulla natura nevrotica della classe lavoratrice, sulla bassezza, sulla falsità (anche politica e ideologica) e sulla stupidità dei sisifi dell'industria, produttori a stipendio ridottissimo di inquinanti iniquità.
Bella la colonna sonora di Ennio Morricone.
La classe operaia va in paradiso
Regia: Elio Petri
Interpreti: Gian Maria Volonté, Mariangela Melato, Flavio Bucci, Luigi Diberti, Salvo Randone, Gino Pernice, Donato Castellaneta, Ezio Marano, Carla Mancini, Renata Zamengo, Guerrino Crivello.
Italia, 1972. 125 minuti.
- Palma d’Oro al Festival di Cannes 1972 ex aequo con Il caso Mattei, altra pellicola interpretata da Volontè.
- David di Donatello 1972 per il miglior film.
Oscar 2008

Ecco come ogni anno arrivare la domenica notte più attesa del Cinema mondiale. Per la sua 80sima edizione l'Oscar ha escluso, dalla cinquina finale per il miglior film straniero, il film di Giuseppe Tornatore La sconosciuta.
A concorrere per il miglior film saranno:
Brando junior: una tragica esistenza
Il figlio maggiore di Marlon Brando, Christian, è morto per complicazioni polmonari. Aveva 49 anni.
Era anche lui attore, ma privo del carisma del padre. La notorietà gli arrivò non per il talento artistico ma per la sua turbolenza: nel 1990 finì in prigione per omicidio volontario nei confronti del fidanzato della sorellastra Cheyenne, la quale si suicidò pochi anni dopo.
Christian Brando era ricoverato da due settimane in un ospedale di Hollywood e negli ultimi giorni era entrato in coma, tenuto in vita da una macchina per la respirazione artificiale.
QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO
Regia di Milos Forman
Con: Jack Nicholson, Louise Fletcher, Will Sampson
Titolo originale: One Flew Over the Cuckoo's Nest
Usa, 1975
Pazzi. Chi sono i pazzi? Perché sono pazzi? Ci si può divertire andando in gita con i pazzi. Un film divertente e melanconico.
Già in Easy Rider Nicholson interpretò il mattoide: un avvocato di una piccola città che, a metà tra il baggianotto e il trasgressore antiborghese, si ritrova ad avere a che fare con gli hippies; in Qualcuno volò sul nido del cuculo l'attore trova definitivamente il suo giusto spazio e la sua giusta dimensione: è il paziente di un manicomio (e ha quello sguardo particolare che da allora non si cancellerà più dal suo volto), un furbo fuorilegge rinchiuso in uno di quegli istituti che si basano su pratiche a dir poco criminali. La sadica infermiera (Louise Fletcher) è l'immagine fedele della repressione, e, se l'autore del romanzo (Ken Keasey) e il regista (Milos Foreman) scelgono come finale l'annientamento di McMurphy/Nicholson, è anche perché un happy end difficilmente si accorda con la verità drammatica di determinati luoghi e ambienti - le "nicchie oscure" della nostra società.
Il gigante indiano è il grande - in tutti i sensi - Will Sampson, che esattamente dieci anni dopo brillerà in un'indimenticabile particina in Insignificance, uno dei capolavori di Nicolas Roeg (dove Sampson interpreta il "ragazzo d'ascensore", che ride nel trovarsi a tu per tu con il minuto e spaesato Albert Einstein e dopo salirà sul tetto del grattacielo, dove intonerà un cupo canto della sua tribù osservando la metropoli ai suoi piedi).
In One Flew Over the Cuckoo's Nest da registrarsi anche la presenza di Danny DeVito. Questo film, anche se non fu il suo vero e proprio esordio cinematografico, segnò l'inizio della brillante carriera del piccolo mimo italo-americano.