lunedì, 01 maggio 2006

Due gioielli dei fratelli Coen

Non ho visto il loro ultimo film Prima ti sposo, poi ti rovino (Intollerable Cruelty), che mi riferiscono essere carino. Ma voglio qui spezzare una lancia per due altre pellicole coeniane, di cui una è tuttora sconosciuta ai più, mentre l'altra invece, dopo un successo poco più che discreto al botteghino, è incredibilmente divenuta una sorta di longseller su DVD:

Barton Fink e Il grande Lebowski.

Ognuno imbastisce i suoi prodotti "cult" personali, a prescindere se la critica ufficiale li abbia osannati oppure bollati come "trash"; ma sicuramente Joel e Ethan Coen, ancora più che Tarantino, riescono a mettere d'accordo tutti: sia coloro che considerano il cinema come una forma di pura "distrazione", sia coloro, che, di contro, propendono per la cine-arte.

 Barton Fink (fu grazie ad esso che scoprii i Fratelli) mi si srotolò la prima volta davanti agli occhi restituendomi un entusiasmo per questo media che credevo smarrito per sempre. Gli effetti visivi, appaiati ai rumori di accompagnamento, mi hanno immediatamente rivelato i Coen quali figli putativi dell'inglese Nicolas Roeg (per intenderci: il regista di L'uomo che cadde sulla terra e di Insignificance, nonché consorte della splendida Theresa Russell).
Una ricerca su Barton Fink effettuata su svariati siti italiani mi ha lasciato a dir poco perplesso, soprattutto riguardo a quelli che dovrebbero essere gli autentici contenuti del film. In realtà si tratta di una sorridente frecciata a Hollywood e, in generale, al cosmo della West Coast "solare", realizzata con la sapienza di due incalliti cinefili assai sensibili ai problemi del mondo che li circonda. Il protagonista (John Turturro) non è affatto "un drammaturgo di grande successo": è uno dei tanti scrittori di teatro dell'East Coast che viene convocato nella Mecca del cinema (dominata da magnati biecamente ignoranti) in vista di un possibile impiego quale scriptwriter.  John Goodman, nella parte del folle, impersona l'americano "comune", figura assai inquietante di una società che raramente Hollywood ha saputo proporci per come effettivamente è. Steve Buscemi è un concierge d'albergo davvero indimenticabile: accondiscendente e nel contempo falso e lascivo, proprio come richiede il suo - diciamocelo - strano lavoro.
Più tardi reincontreremo i tre mimi in svariate altre pellicole dei Coen, e questo è un altro dei fattori che mi rendono cari sia il film sia il resto della produzione di queste  grandi menti creative.
Barton Fink è un output perfetto sotto ogni punto di vista. Come non potrebbero convincere, ad esempio, l'atmosfera paranoica dell'hotel e l'escalation dei minuscoli, apparentemente insignificanti eventi che finiranno per condurre al drammatico quanto grottesco showdown?

**********

 The Big Lebowski non ha certamente bisogno di presentazioni. E' la storia di Eddie "The Dude" Lebowski (nella versione italiana, "Dude" è stato piattamente tradotto "Drugo") e dei suoi amici scoppiati ("i moschettieri del bowling"), che si ritrovano coinvolti in una losca vicenda di presunto rapimento. E tutto perché "The Dude" ha come omonimo un riccone dedito ad affari illeciti.
Felicissima la scelta di Jeff Bridges nei panni dell'ex hippy. Jeff può vantare nel suo curriculum tutta una serie di interpretazioni di personaggi alternativi e/o  fuori del comune, ma quello di "Dude" sembra davvero il ruolo della sua vita. Il film è ben riuscito in primo luogo proprio per l'originalità dei "characters": Walter / John Goodman (il veterano del Vietnam con una sindrome da stress traumatico), Donny / Steve Buscemi (l'amico un po' ritardato), John Turturro ("Jesus", eroe a dir poco eccentrico delle piste di bowling)...
A tratti mi è sembrato qui di riscontrare l'influenza del rimpianto John Cassevettes:  sia nell'uso della cinepresa sia nella felice sottolineatura dei tic dei personaggi (Cassevettes era specializzato in casi borderline: vedasi i suoi film con la moglie Gena Rowlands come attrice principale).

In The Big Lebowski ogni cosa è perfetta: dalla sceneggiatura alla fotografia, dai costumi alla coreografia; ma qualche parola extra va spesa per la colonna sonora, che include brani di Dylan, Elvis Costello, dei Creedence Clearwater Revival... oltre a canzoni di artisti e gruppi cult quali Yma Sumac, Captain Beefheart, Moondog, Esquivel e The Monks.   

postato da: cumuli alle ore 11:53 | link | commenti
categorie: cinema

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