Brando junior: una tragica esistenza
Il figlio maggiore di Marlon Brando, Christian, è morto per complicazioni polmonari. Aveva 49 anni.
Era anche lui attore, ma privo del carisma del padre. La notorietà gli arrivò non per il talento artistico ma per la sua turbolenza: nel 1990 finì in prigione per omicidio volontario nei confronti del fidanzato della sorellastra Cheyenne, la quale si suicidò pochi anni dopo.
Christian Brando era ricoverato da due settimane in un ospedale di Hollywood e negli ultimi giorni era entrato in coma, tenuto in vita da una macchina per la respirazione artificiale.
QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO
Regia di Milos Forman
Con: Jack Nicholson, Louise Fletcher, Will Sampson
Titolo originale: One Flew Over the Cuckoo's Nest
Usa, 1975
Pazzi. Chi sono i pazzi? Perché sono pazzi? Ci si può divertire andando in gita con i pazzi. Un film divertente e melanconico.
Già in Easy Rider Nicholson interpretò il mattoide: un avvocato di una piccola città che, a metà tra il baggianotto e il trasgressore antiborghese, si ritrova ad avere a che fare con gli hippies; in Qualcuno volò sul nido del cuculo l'attore trova definitivamente il suo giusto spazio e la sua giusta dimensione: è il paziente di un manicomio (e ha quello sguardo particolare che da allora non si cancellerà più dal suo volto), un furbo fuorilegge rinchiuso in uno di quegli istituti che si basano su pratiche a dir poco criminali. La sadica infermiera (Louise Fletcher) è l'immagine fedele della repressione, e, se l'autore del romanzo (Ken Keasey) e il regista (Milos Foreman) scelgono come finale l'annientamento di McMurphy/Nicholson, è anche perché un happy end difficilmente si accorda con la verità drammatica di determinati luoghi e ambienti - le "nicchie oscure" della nostra società.
Il gigante indiano è il grande - in tutti i sensi - Will Sampson, che esattamente dieci anni dopo brillerà in un'indimenticabile particina in Insignificance, uno dei capolavori di Nicolas Roeg (dove Sampson interpreta il "ragazzo d'ascensore", che ride nel trovarsi a tu per tu con il minuto e spaesato Albert Einstein e dopo salirà sul tetto del grattacielo, dove intonerà un cupo canto della sua tribù osservando la metropoli ai suoi piedi).
In One Flew Over the Cuckoo's Nest da registrarsi anche la presenza di Danny DeVito. Questo film, anche se non fu il suo vero e proprio esordio cinematografico, segnò l'inizio della brillante carriera del piccolo mimo italo-americano.
di Arturo Pérez-Reverte
Tropea, 2007
Come fotoreporter, Andrés Falques ne ha viste di cotte e di crude, essendo stato per decenni attivo sui principali teatri di guerra: Cambogia, Cipro, Sudamerica, Africa, ex Jugoslavia... Un giorno ha detto "basta!" e, appesi al chiodo la fida Laica e gli altri suoi strumenti di lavoro, si è ritirato a vivere in un'antica torre di avvistamento nella cala di Arraez.
Lo stesso Pérez-Reverte è stato inviato dal fronte per giornali ed emittenti televisive prima di mettersi a fare lo scrittore a tempo pieno. Per finire questo romanzo, che contiene diversi aspetti autobiografici, ha impiegato dodici anni. Il pittore di battaglie è una lettura interessante anche se impegnativa; un libro da leggere con lo stesso "polso lento" con cui è stato scritto. Ottima la traduzione di Roberta Bovaia, anche se sporadicamente appaiono termini "esotici", una deformazione professionale tipica di chi ha assorbito perfettamente la lingua straniera - in questo caso il castigliano -; un esempio su tutti: un cartello avverte "Cani pericolosi" anziché "Attenti al cane"... Ma queste sono piccole étrangetés che arricchiscono, anziché depauperarlo, il testo.
Così come l'autore, anche il protagonista è un uomo di mezz'età. Rispolverando la sua antica passione per la pittura, trascorre i suoi giorni dipingendo sulla parete circolare della sua torre-eremo un affresco che si ispira non solo alla realtà che lui tanto bene conosce, ma anche a scene di guerra, duelli epici e scontri assortiti eternizzati da pittori di svariate epoche. Questo processo di creazione dovrebbe servire a rendere tutti gli orrori che l'obiettivo fotografico, ormai divenuto un media perfetto e dunque algido, insensibile, non riesce più a cogliere. Falques è arrivato a comprendere che la fotografia ormai non può considerarsi un'arte poiché non possiede più "l'innocenza" di una volta; ed è arrivato a tale conclusione grazie anche a Olvido Ferrara, una ragazza italo-spagnola che ha voluto seguirlo nelle sue avventure di "occhio volante" e che è saltata in aria dopo aver calpestato una mina mentre era in servizio con lui nell'ex Jugoslavia.
E' più una questione di immaginazione che di ottica, aveva detto. Poi era rimasta zitta a guardare quel posto cupo, il corpo della macchina fotografica aperto tra le mani e il rullino montato solo a metà. Aveva chiuso il coperchio con uno schiocco, azionato il motore di trascinamento e sorriso a Faulques, distratta, come se avesse allontanato dalla propria mente tutti i pensieri che in quel momento l'affollavano. Quei due, Géricault e Rodin, avevano ragione: solo l'artista è portatore di verità. E' la fotografia che mente.
La perdita della compagna è uno dei drammi personali che hanno segnato la vita del protagonista; l'altro dramma, ancora in corso, lo si può facilmente intuire dalle fitte di dolore che lo affliggono con spaventosa regolarità e contro le quali non c'è altro rimedio che ingoiare pillole analgesiche. Falques sembra aver rinunciato alla vita mondana, rimanendo fuori dall'intreccio di convenzioni e rinunciando ai rapporti interpersonali. Ogni mattina fa una nuotata (trecento bracciate) e di tanto in tanto scende in paese, i cui abitanti lo considerano un tipo alquanto singolare; uno "strambo". Lui non si difende contro i pregiudizi: si è consacrato anima e corpo alla sua attività solitaria e l'unica cosa che gli importa è completare l'opera pittorica, anche se è conscio di non possedere un talento straordinario.
Finché davanti alla vecchia torre di vedetta non si presenta Markovic. Questi è un ex soldato croato che Falques ha immortalato molti anni addietro, subito dopo la caduta di Vukovar, mentre i miliziani sopravvissuti ripiegavano in ritirata. Markovic gli annuncia che è venuto fin lì per ucciderlo. La foto, pubblicata su una celebre rivista, ha cambiato la vita del croato in maniera tragica: sua moglie - serba - è stata violentata e trucidata dagli abitanti serbi del villaggio, e con lei è stato ucciso anche il figlioletto.
Tra i due uomini inizia una serie di dialoghi filosofici. Entrambi sono alla ricerca di un ordine superiore che tutto spieghi e tutto giustifichi (Falques ha individuato il senso finale nell'arte, mentre Markovic crede nella vendetta come unica soluzione). Servendosi di questo confronto dialettico, Arturo Pérez-Reverte ragiona su quello che ancora ai nostri giorni sembra essere un tabù: il destino della morte e la sua ineluttabilità. Esiste davvero un piano originario o siamo schiavi di cieche casualità? Detto per bocca di Andrés Falques, siamo tutti protagonisti di questa vita e nel contempo non contiamo niente (siamo "formichine"), poiché, quando "il piede del gigante" si abbatte, basta una frazione di secondo (il medesimo tempo di chiusura di un otturatore) per decidere se a morire dobbiamo essere noi o chi ci sta vicino. Siamo niente, eppure ogni nostra azione può avere delle conseguenze inimmaginabili. "Se una farfalla sbatte le ali in Brasile, dall’altra parte del mondo si scatenerà un uragano."
Un filo di simpatia si instaura tra il vendicatore Markovic e la sua vittima predestinata. Falques è disincantato e non sembra oltremodo terrorizzato dalla minaccia incombente. Del resto, lui osserva la guerra - e ogni altra forma di morte violenta - come normalità connaturata all’uomo e al suo destino.
Fece un mezzo giro. Con un gesto abbracciò la gente seduta nei bar all'aperto e i turisti che passeggiavano sul molo, con le loro abbronzature e i loro calzoncini corti e i loro bambini e i loro cani. "Li guardi. Così civilizzati nei limiti del possibile e finché non gli costa troppo sforzo. Chiedendo le cose per favore, quelli che ancora lo fanno... Li metta in una stanza chiusa, li privi del necessario e li vedrà sbranarsi fra di loro."
Intanto, il dipinto murale sia avvia a compimento. Repliche di eroi omerici, cavalieri medievali in armature robotiche, Ak-47, stupri, impiccagioni, duelli all’arma... E' una sorta di "guerra di tutte le guerre" che abbraccia ogni epoca: dall’assedio di Troia fino ai conflitti attuali. Lo stile compositivo farebbe pensare a Picasso, senonché è il medesimo protagonista a rifiutare il paragone, puntualizzando che c’è più guerra in un angolo di tela di Goya o di Brueghel o nello sguardo di un cavaliere di Paolo Uccello che in tutto il Guernica. E ci ricorda che Picasso non fu mai su un campo di battaglia.
Combattimenti truci, paesi incendiati all’orizzonte (sono le Torri Gemelle quelle che svettano laggiù?), corpi sventrati... e, in mezzo a tutto, un vulcano in eruzione. Il "barbaro" Markovic osserva l'affresco con sguardo sempre più interessato e va sviluppando un sorprendente senso critico. Questo senso critico lo applica anche alla persona di Falques: lo accusa non solo di avergli causato tante afflizioni, scegliendolo come soggetto di una fotografia, ma di non essere stato sempre imparziale e innocente nel suo lavoro come invece avrebbe dovuto. "Anche il fotoreporter è un combattente" è la pallida giustificazione di Falques.
Il romanzo ha un finale abbastanza prevedibile, ma sarebbe assurdo rimproverare all'autore di non aver voluto o potuto sorprenderci inventandosi un espediente meno conforme alla logica umana. Resta nitido il messaggio di fondo: la cultura, oltre a renderci maggiormente consapevoli delle atrocità che impregnano la nostra realtà, è in grado di mettere ordine nel caos; ma rimane pur sempre un analgesico, non è una forma di salvezza.
Il dittatore dello Stato Libero di Bananas
Il titolo originale è Bananas, che significa qualcosa come "Follie". Allen scelse di chiamare così il suo secondo film (il terzo, se includiamo Che fai, rubi?) in parte per omaggiare i Marx Brothers (Duck Soup, 1933). In realtà, nell'originale lo Stato sudamericano in questione si chiama "San Marcos", non "Bananas", e il dittatore risponde al nome di "Esposito" e non a quello di "Castrado"; ma le variazioni nella versione italiana - la maggior parte di esse abbastanza decenti - sono giustificabili con le esigenze di creare un approccio tra il nostro pubblico e l'allora semisconosciuto comico ebreo-americano.
La storia:
Fielding Mellish (Woody Allen) lavora come collaudatore in una grande azienda. E' un omino dalla vita scialba, ma tutto cambia quando si innamora di Nancy (Louise Lasser), una ragazza socialmente impegnata che lo coinvolge in picchetti e lotte politiche. Quando tra i due il rapporto finisce, Fielding, disperato, va a trascorrere le vacanze a Bananas. Lo sperduto Paese latino-americano è teatro della lotta tra i ribelli di Castrado e le forze armate che fanno capo al dittatore di turno, Emilio Molina Vargas. Il piccolo "gringo" si ritrova a combattere insieme ai guerriglieri e poi finisce addirittura per guidare il governo rivoluzionario che ha soppiantato quello di Vargas. Nascosto dietro a una ridicola barba posticcia, Fielding si reca negli Stati Uniti per chiedere aiuti economici e lì viene smascherata la sua vera identità: è lui quel cittadino americano che era stato dato per scomparso nello Stato di Bananas... Un turbinio di eventi lo porterà in tribunale e infine a essere un idolo della folla.
Per i tempi che correvano, Il dittatore dello Stato Libero di Bananas era una satira davvero feroce contro la politica estera statunitense, anche se (come sempre in Allen) non mancano le frecciatine a un certo tipo di vita "alternativa", sinistrorsa. La Lasser, nei panni di Nancy, interpreta la tipica attivista sociale che non disdegna di dedicarsi a pratiche esoteriche e, per fare un altro esempio, l'ultima scena è una presa in giro del bed-in di John Lennon e Yoko Ono. Quelli erano anni ricchi di eventi-clou; basti ricordare che nel 1971, e dunque al momento in cui il film uscì, era ancora in corso la guerra in Vietnam. Allen e il suo coautore Mickey Rose (la cui firma è anche sulla sceneggiatura di Prendi i soldi e scappa, 1969) dovevano solo attingere a piene mani dalla cronaca...
Ma a rendere piacevole ancora oggi il film è la vis comica del giovane Woody, davvero irresistibile. Stupende le riprese dell'abbuffata-a-due in riva al mare insieme alla bruna rivoluzionaria, con l'attore che rumina in maniera divinamente disgustosa. Una gag simile si ripeterà ne Il dormiglione, stavolta in un pranzo futuristico con Diane Keaton.
Louise Lasser, attrice dai tratti scandinavi, fu la seconda moglie di Allen. Aveva già recitato con lui in Prendi i soldi e scappa. Al tempo di Bananas, la coppia era già divorziata da un anno. Dopo Louise, nella vita del piccolo genio di Brooklyn entreranno la Keaton, Stacey Nelkin, Mia Farrow... ma per quasi trent'anni, e cioè fino al 1997, quando recherà sull'altare la propria figliastra Soon-Yi, Woody non si risposerà più.
"Avevo un buon rapporto, direi, con i miei genitori. Di rado mi picchiavano. Anzi, credo che mi picchiarono, in effetti, un’unica volta, durante l’infanzia. Cominciarono a picchiarmi di santa ragione il 23 dicembre del 1942 e smisero nel ’44, a primavera inoltrata."
Da segnalare in Bananas l'esordio di un giovanissimo Sylvester Stallone nel ruolo del teppista metropolitano.
Il soundtrack, comprendente la canzone "Quiero La Noche", è stato composto da Marvin Hamlisch, uno dei pochissimi artisti ad aver vinto Oscar, Emmy, Tony e Grammy.
'Breve storia degli U.S.A. e getta'
di Giorgio Bertolizio
- Edizioni Clandestine, 2006"U.S.A. e getta" è un’espressione sporadicamente usata dalla stampa di sinistra negli Anni ’60-’70. Giorgio Bertolizio la riprende per etichettare significativamente questa sua Breve storia, che è in realtà un compendio abbastanza vasto e assai ben ricercato. Un libro che, grazie allo stile piacevole dell’autore, si legge come un avvincente romanzo di avventure.
Breve storia degli U.S.A. e getta si ferma al 1945. "Gli ultimi sessant’anni, almeno per chi scrive, appartengono ancora alla cronaca" spiega Bertolizio nell’introduzione. Pur tuttavia, non sono pochi i riferimenti alla storia più recente degli Stati Uniti, abilmente intessuti nella narrazione ed esposti non solo con grande cognizione di causa, ma anche con levità idiomatica e sottile umorismo. E non manca neppure qualche considerazione, ironicamente amara, sull’odierna politica italiana...
Non ci troviamo dunque tra le mani un mero affastellamento di eventi storici. Oltre ad assistere alla smitizzazione ragionata di "eroi" come George Washington, il lettore apprende quale ruolo ebbero - e hanno - le religioni nella crescita di questa grande nazione governata dal darwinismo sociale. Fu anche il bigottismo (di marca puritana, ma non solo) a rafforzare la dottrina utilitarista che condurrà gli U.S.A. a compiere atrocità sull’intero globo terracqueo, dalla Corea al Libano, dalle Filippine al Sudan e in Libia, da Panama alla Jugoslavia, fino ad Afghanistan e Irak, sempre diffondendo il vangelo dello shopping planetario sotto l’egida della "libertà democratica". Una marcia che appare inarrestabile, a dispetto di taluni incidenti sul percorso quali furono p. es. la Grande Depressione e gli attentati terroristici alle Twin Towers dell’11 settembre 2001.
Ogni cosa ebbe inizio con l’arrivo, sulla costa dove oggi sorge Plymouth, della Mayflower. Era il 16 dicembre 1620. La spedizione era stata finanziata da un gruppo di mercanti inglesi e circa un terzo dei 120 passeggeri era composto da fervidi credenti puritani: i celebri Padri Pellegrini. I nuovi coloni scoprirono il mais "e i pellirosse conobbero l’esistenza dell’alcol". Paradossalmente, fin da subito furono i civili conquistatori a comportarsi da selvaggi. Erano orde senza scrupoli che, via via che andavano impossessandosi di quegli sconfinati territori, sterminavano e trattavano in maniera bestiale coloro che chiamavano "stranieri", ossia gli amerindi, sì, i pellirosse, che di fatto sono gli unici natives del continente nordamericano.
Bertolizio si districa con abilità nel ginepraio della guerra d’Indipendenza per poi riprendere il discorso sulle ingiustizie subite dagli indiani d’America (tra l’altro ritenuti dai coloni troppo inetti per lavorare), nonché da quelle inferte agli schiavi importati dall’Africa. Parlando in termini rigorosamente storicistici, l’inettitudine di queste due tormentate razze consiste meramente nel non essersi alleate in un periodo in cui la loro popolazione era numericamente pari, se non addirittura superiore, a quella dei bianchi. Se pellirosse e negroes si fossero ribellati insieme, avrebbero sicuramente potuto spezzare tutte le catene. Ma si trattava di "buoni selvaggi", per dirla con J-J- Rousseau (e anche con Aldous Huxley): non erano preparati alla scaltrezza e alla malignità degli invasori arrivati da Old Europe. Questi ultimi erano sì nella maggior parte ignoranti e resi ciechi e stupidi dall’avidità, ma erano fiancheggiati da stuoli di legulei che lavoravano per interesse personale e/o per conto del neonato governo. L’operato di tali prìncipi dei cavilli aiuta altresì a farci comprendere come mai il paradisiaco Nuovo Mondo, usurpato da cacciatori di frodo, desperados senza arte né parte, bari, violentatori e assassini (tutti grandi bevitori di whisky e di altri intrugli letali che, negli anni del Proibizionismo, venivano distillati clandestinamente), oltre che da innumerevoli bacchettoni e farisei, riuscì a trasformarsi nella nazione più potente del mondo.
I trattati "di pace" stipulati con le varie tribù non vennero mai rispettati, e lo sterminio di enormi mandrie di bufali non venne effettuato per motivi di approviggionamento, ma per privare gli indiani della loro principale fonte di sostentamento.
Inoltre, se prendiamo la guerra di Secessione, che fu la prima - e finora unica - guerra civile svoltasi negli Stati Uniti d’America, chiunque di noi pensa in primis al nobile ideale dell’abolizione della schiavitù. In concreto, però, quando i neri vennero "liberati" e poterono andare a lavorare nelle fabbriche yankee, conobbero altri abusi e sofferenze. Le condizioni nelle città settentrionali, nei grossi centri industriali dell’Unione, erano drammatiche: in un certo senso peggiori che nelle fattorie dell’afoso Sud; e il loro salario, manco a dirlo, non si avvicinò mai alle paghe percepite dalla manopopera bianca.
Appassionante è anche il capitolo che parla della guerra contro il Messico. Allora il Messico si estendeva fino ai territori attualmente comprendenti Texas, New Messico, Utah, Nevada, Arizona, California (l’odierno ricchissimo Stato californiano era un vero e proprio deserto con una popolazione di appena 7.000 anime) e parte del Colorado. La maniera in cui gli Stati Uniti riuscirono a inglobare quelle immense regioni è un esempio della politica imperialista che Washington avrebbe esercitato anche negli anni a venire. Che tale politica poi si ritorca contro il proprio ingenuo popolo (vedi l’assalto alle Torri Gemelle e le conseguenti restrizioni fisiche e psicologiche per la cittadinanza; vedi lo tsunami di affamati latinoamericani che ogni giorno varcano la frontiera messicana e che nemmeno un’enorme muraglia riuscirà mai ad arrestare), non tange i politici, le cui decisioni vengono prese in concomitanza con l’ingordigia pecunaria delle grandi corporations.
Tanto, finché il dollaro continua a regnare...
Denaro e ipocrisia religiosa: ecco i motori della democrazia stelle-e-strisce. E sempre con un ben preciso popolo nemico - un qualche "Impero del Male" - nel mirino della politica estera.
Gli Stati Uniti, in effetti, "non possono vivere senza un nemico. Innanzi tutto, perché sono nati dalle guerre" scrive Bertolizio. "La guerra d’Indipendenza ha generato il popolo americano, la guerra di Secessione ha generato la nazione americana e le guerre mondiali hanno sancito la supremazia universale statunitense".
Man mano che la narrazione si avvicina ai nostri tempi, quel pur minimo "eroismo" da Far West si spoglia definitivamente di ogni pretesa idealista, rivelando il più gretto utilitarismo, un estremo individualismo da New Deal abbinato a un sentimento nazionalista non dissimile da quello che generò i più tremendi Reich europei.
Veniamo ad apprendere che, prima e persino durante la Seconda Guerra Mondiale, General Motors, Ford Motor Company, Standard Oil e Business International Machines "intrattenevano lucrosi rapporti d’affari con la Germania nazionalsocialista e alcuni loro dirigenti erano amici di Hitler. Tanto che a Henry Ford, nel 1938, sarà conferita dal dittatore nazista l’onoroficenza dell’Ordine dell’Aquila".
Molto intriganti e avvincenti anche i capiversi sul trattamento che, per ritorsione ai rispettivi Paesi d’origine, fu riservato a cittadini statunitensi dal cognome tedesco (una valida strategia per spingere verso la rovina finanziaria i birrai attivi sul suolo nordamericano), giapponese (per i giapponesi vennero istituiti appositi campi di concentramento; e - aggiungiamo noi - finanche i cartoni animati realizzati a Hollywood diedero man forte ai fanatici razzisti, ridicolizzando al massimo i "musi gialli")... e anche a cittadini dal cognome italiano, almeno fintantoché durò il regime mussoliniano.
Nella sua "Conclusione", che è una panoramica sull’attuale situazione geopolitica, Giorgio Bartolizio puntualizza che "non è possibile (...) che lo stile di vita americano sia condiviso da tutti gli altri abitanti del mondo, perché occorrerebbero altri tre pianeti per fornire a tutti le necessarie materie prime e smaltire l’inquinamento prodotto".
Facit: Breve storia degli U.S.A. e getta è un libro bello e importante, nonché di notevole interesse, che va a corredare le critiche già mosse all’imperialismo americano da Harold Pinter, José Saramango, Gustavo Castro Soto (La storia segreta della Coca-Cola), Gabriel García Márquez, Manuel Vázquez Montalbán, Noam Chomsky (Global Empire) e parecchi altri intellettuali. In quest’opera vengono esaminati retroscena anche alquanto curiosi, particolari biografici non notissimi di personaggi-chiave come lo stesso George Washington e come Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln (uno spilungone mal vestito!), come l’"eroe" antischiavista John Brown (che a quanto pare era soltanto un fanatico religioso completamente folle)... giù giù fino a Woodrow Wilson (il terribile 28° Presidente, propugnatore di un nuovo ordine mondiale), a Roosvelt (che abbracciò la dottrina di Monroe di un interventismo nell’America Latina con l’apparente scopo di "tutelare" quei popoli) e a Harry Truman (maggiore responsabile dell’olocausto atomico in Giappone).
Giorgio Bertolizio (Trieste, 1936) è stato per trent’anni primario ospedaliero. Ha pubblicato diversi altri saggi, sempre per le Edizioni Clandestine: Nevrosi, idiozie e malefatte dei grandi filosofi (2003), Vizi capitali e sommi pontefici (2004), Le grandi iellate di nome Maria (2005) e il recente Il Vangelo di Satana (2007), tutti ammirevoli per arguzia e ironia.
Peter Patti