venerdì, 27 aprile 2007

Il cattivo tenente

(1992)

 The Bad Lieutenant, uno dei migliori film di Abel Ferrara (forse addirittura il suo più indimenticabile), è, paradossalmente, uno dei pochissimi che non è stato scritto da Nicholas St. John. St. John, amico di vita e sceneggiatore di quasi tutta l’opera di Ferrara, è un teologo e segnerà la presenza del "sacro" nei film del regista di origine irlandese-italiana.
 
Il sacro fa da sottofondo al profano anche ne Il cattivo tenente. Grandioso Harvey Keitel: per molti, la sua migliore interpretazione insieme a quelle in Order of Death (1983), Fingers (1978), Mean Streets (1973), Blue Collar (1978), The Duellists (1978), Smoke (1995) e naturalmente Pulp Fiction (1994). 
   
 

In questa pellicola il ruolo di Keitel è quello di un poliziotto cattolico irlandese, fottuto peccatore e mente depravata, drogato e affogato nei debiti, dai quali cerca di riscattarsi con puntate clandestine sul baseball. Una discesa all'inferno, la sua. 
Si sta occupando di un caso scialbo, per non dire torrido: lo stupro di una suora da parte di due teppistelli.

Lo spettatore segue il tenente mentre compie l'indagine e ancor più mentre la sua vita defluisce lungo i canali di scolo della metropoli newyorkese. Keitel, cane arrabbiato che mugola di dolore, è impressionante in diverse scene (la masturbazione davanti alle ragazze "pescate" senza patente, il suo monologo in chiesa...).

Droga, alcool, orge, prostituzione: Abel Ferrara non si tira indietro davanti a nulla, arrivando ai confini del morboso. Solo così può toccare il fondo, scandagliare la personalità del protagonista e svelarne le ossessioni: la religione, il senso di colpa, la ricerca di una qualsiasi via di redenzione (e fosse pure il martirio - tema-chiave dell'intera produzione del regista). 
E se l'idolo Strawberry dei Los Angeles Dodgers ti delude, devi insistere a scommettere su di lui fino alla fine. Fino alla morte.


Il Regista

Abel Ferrara nasce a New York il 19 luglio del 1951 da una famiglia di italo-irlandesi che risiede nel Bronx. In giovane età si trasferisce a Peekskill, una periferia collinosa nelle valli dell’Hudson, zona povera con molte coltivazioni e qualche fabbrica. Durante i sette anni che trascorre a Peekskill frequenta il liceo, dove conosce Nicholas St. John, futuro sceneggiatore di quasi tutta la sua opera. St. John è un teologo: da qui la continua presenza di temi religiosi nei film di Ferrara.
Abel tornerà a New York per frequentare l’università, ma non la finirà mai. Durante gli studi entra negli  ambienti della contestazione, aderendo a numerose proteste e marce. Tramite il cinema e la musica, l’amicizia tra Ferrara e St. John diventa un sodalizio. Si scambiano i ruoli di penna e cinepresa ed insieme realizzano vari cortometraggi che passano quasi inosservati (ma dei quali esistono informazioni sul web, in particolare sul sito
www.imdb.com). Nei primi lavori dei due si spandono i germi di quelli che saranno i temi di Ferrara: amicizia, protesta civile, omosessualità, vita dei bassifondi.
Il primo lungometraggio girato in 35 mm è Nine lives, un hard porno ad episodi con alcuni risvolti thriller, che lo stesso regista definisce "vignette".
Il primo lungometraggio professionale lo dirige a 28 anni e viene distribuito in alcune città degli Stati Uniti: viene bloccato dalla censura in Inghilterra, mentre in Italia rimane inedito. Si intitola Driller Killer e sarà il primo episodio di una trilogia non ufficiale sui serial killer metropolitani.
Il secondo e il terzo film della trilogia sono rispettivamente L’angelo della vendetta (1981) e Paura su Manhattan (1984). Dpo quest'ultimo si registra una breve entrata di Abel ferrara nell'ambito della fiction televisiva (dirige tra l'altro due episodi di Miami Vice).
In seguito Ferrara realizzerà pellicole di grande successo internazionale, tra cui: China Girl (1987), Il re di New York (1989), Il cattivo tenente (1992), The Addiction (1994), New Rose Hotel (1998), Il nostro Natale (2001), Mary (2005; dedicato alla figura di Maria Maddalena).

Il suo nuovo lavoro Go-go Tales con Matthew Modine, Bob Hoskins, Asia Argento, Valeria Golino e Willem Dafoe racconta una notte in un club newyorkese, ma è stato girato interamente negli studi di Cinecittà.


postato da: cumuli alle ore 14:16 | link | commenti (2)
categorie: cinema
mercoledì, 25 aprile 2007

 

 
  Tenpole Tudor


 A un certo punto dell'èra punk sembrava che i leggendari The Who avessero trovato la loro manifestazione più estrema, a base di chitarre falliche e accordi e testi stringatissimi e suonati a velocità massima: sui palcoscenici internazionali si affacciarono infatti i Tenpole Tudor.

 Una compilation eccellente

Correva l'anno 1981. I Tudor constavano di due chitarre + batteria + voce. Quest'ultima apparteneva al leader, l'istrionico, quasi acrobatico Edward Tudor-Pole (alias Eddie Tenpole), che si degnava ogni tanto di soffiare dentro a un sassofono o di violentare anche lui una chitarra. Ma il suo ruolo principale consisteva nel "cantare" (le virgolette sono d'uopo) indossando originali capi d'abbigliamento; in un concerto in Germania lo si vide per esempio con un cappellino busterkeatoniano, una bacchetta in mano e la faccia dipinta di un nero tigrato che tanto bene faceva risaltare l'azzurro dei suoi occhi ossessi.
Energia pura. Punk.

Il vero mestiere di Eddie Tudor-Pole (discendente diretto di Enrico VIII: un vero rampollo dei Royals inglesi!) è quello dell'attore. Lo era anche nel 1974, quando, con l'unico "bagaglio" musicale di uno smisurato amore per il rock'n'roll degli Anni '50, formò i Tenpole Tudor insieme al chitarrista Bob Kingston, al bassista Dick Crippen e all'occhialuto drummer Gary Long. Eddie non era propriamente un nuovo Chuck Berry, ma nemmeno un nuovo Johnny 'Rotten' Lydon, sebbene i Sex Pistols - e in particolare Sid Vicious, il quale però sarebbe tragicamente scomparso solo tre settimane dopo - avessero ad un certo momento pensato di assegnargli il posto lasciato vacante dal loro celebre cantante. La sua personalità sul palco era (ed è) comunque notevole. Gli erano soprattutto d'aiuto le sue qualità da commediante.

I Tenpole Tudor si esibirono insieme per anni, sempre scatenando un'elettricità a migliaia di volt, ma riuscirono a firmare un contratto con l'etichetta Stiff Records (dopo essere stati brevemente scritturati dalla Korova) solo dopo che Eddie apparve nel film sui, dei e con i Sex Pistols The Great Rock'n'Roll Swindle (1980). Con i Pistols, Tudor-Pole canta una cover terrificante di "Rock Around The Clock", nonché "The Great Rock'n'Roll Swindle" e l'ultima canzone del soundtrack: "Who Killed Bambi", scritta da lui medesimo.
 

 

Il single dei Tenpole Tudor "Three Bells In A Row" (1980) ottenne un buon successo commerciale. Tutte le porte si spalancarono. Senonché, oltreoceano si verificò un disdicevole "incidente". Avvenne durante la prima - e unica - tournée americana del gruppo. In un'intervista, interpellato a proposito della recentissima morte di John Lennon, Eward Tudor-Pole pronunciò questa enormità: "Lennon? Era solo un vecchio, noioso hippy". Immediatamente gli arrivarono minacce di morte, non gli fu possibile uscire dalla camera d'albergo... e iniziarono le prime tensioni all'interno dei Tudor.

[Nella sua affascinante Encyclopedia of Punk Music and Culture {Greenwood Press, USA, 2006}, lo storico e critico musicale Brian Cogan racconta tuttavia un'altra cosa. I Tenpole Tudor stavano tenendo un'acclamatissima gig in un night club di Cleveland quando si sparse la notizia dell'uccisione di John Lennon. "Quando il loro gargantuesco frontman Eddie Tudor Pole tornò sul palco per il bis, era in lacrime. Abbaiò una dedica alla memoria del grande artista assassinato e attaccò con il brano 'Rock and Roll, Part Two' di Gary Glitter." Da ciò si evince che l'atteggiamento cinico di Eddie davanti ai giornalisti era solo una posa. Un colpo di follia di cui si ebbe sicuramente a pentire.]



Il loro primo album Eddie, Old Bob, Dick and Gary fece registrare anch'esso, insieme ai due 45 giri che ne furono tratti (Wunderbar" e "Swords of a Thousand Men") ottime vendite.

Guarda il video di "Swords Of A Thousand Men"

Meraviglioso quel primo scorcio degli Anni '80. La voce di Eddie "Tenpole" ruggiva dal juke-box Wurlitzer: "Throwing my baby out with the bathwater..."

Guarda il video di "Throwing My Baby Out With The Bathwater"

Nello stesso anno 1981 i Tenpole Tudor realizzarono il loro secondo LP: Let The Four Winds Blow. Altro successo, e memorabili shows in mezza Europa dello scatenato quartetto, con Eddie Tudor-Pole a tratti bardato in un'armatura medievale (!). L'entusiasmo però era smorzato: la consapevolezza di non poter mai conquistare gli U.S.A. a causa del faux pas di Eddie aveva spezzato l'impeto iniziale.

Già nel 1982 Eddie Tudor-Pole decise di sciogliere i Tenpole Tudor; il resto della band continuò a suonare sotto il nome The Tudors, mentre Eddie cercò a più tratti di risuscitare il gruppo (anche in versione cajun) concentrandosi però primariamente sulla sua attività recitativa ed esibendosi a più riprese in formazioni swing e jazz.
Oggi i suoi concerti sono su base rigorosamente acustica, ma il "punker" in lui non è affatto morto; tutt'altro...

***

Tra i film in cui recita Edward Tudor-Pole: Harry Potter and the Chamber of Secrets (2002)('scenes deleted'; ruolo: il proprietario d'emporio Mr. Borgin); GamerZ (2005); Some Voices (2002); Absolute Beginners (1986: il suo personaggio è Ed the Ted, e la canzone dei Tenpole Tudor presente nella soundtrack si intitola "Ted Ain't Dead"); The Great Rock'n'Roll Swindle (1980); Drowning By Numbers (1988); White Hunter Black Heart (1990; con Clint Eastwood); inoltre: diversi film diretti da Alex Cox, come Sid & Nancy (1986; storia della fatale relazione tra Sid Vicious e Nancy Spungen) e Straight to Hell (1987; in italiano "Dritti all'inferno", curioso spaghetti-western che ci offre la visione di un'isterica Courtney Love). E' stato visto recentemente anche in Quills (2000), romanza horror interpretata da Geoffrey Rush, Kate Winslet e Michael Caine, e in The Life and Death of Peter Sellers (2004) nei panni del famoso comico Spike Milligan.

Guarda Tudor-Pole insieme ai Pistols in The Great Rock'n'Roll Swindle 
 
Video dell'hit "Wunderbar" (da 'Top Of The Pops', 1980)

 Absolute beginner...

 ... e colpito a morte in uno spaghetti-western

Per chi volesse approfondire la ricerca su questo inverosimile discendente della casata dei Tudor, ecco alcuni suoi nomi alternativi: Eddie Tudor Pole, Edward Tudor Pole, Eddie Tenpole, Eddie Tudorpole, Tenpole Tudor, Eddie Tudor-Pole, Ed Tudor-Pole (... !)



Naturalmente si parla di lui anche sui siti dedicati ai Sex Pistols.

postato da: cumuli alle ore 12:32 | link | commenti
categorie: musica
domenica, 15 aprile 2007

Non si uccidono così anche i cavalli?

They Shoot Horses, Don't They?

USA, 1969

120 min.
 

Regia: Sydney Pollack

Cast:
 Jane Fonda ...  Gloria Beatty
 Michael Sarrazin ...  Robert Syverton
 Susannah York ...  Alice
 Gig Young ...  Rocky
 Red Buttons ...  Sailor
 Bonnie Bedelia ...  Ruby
 Michael Conrad ...  Rollo
 Bruce Dern ...  James
 Al Lewis ...  Turkey

et alia.



Lacrime, sangue e sudore: è questo il materiale di cui è fatta la vita, e i film più grandi, più indimenticabili, sono proprio quelli che riescono a rendere alla lettera questa cruda verità. In tale capolavoro di Sydney Pollack la metafora si mescola con la cronaca "storica". La Grande Depressione ha messo in ginocchio larga parte della popolazione degli Stati Uniti e tutti i mezzi sono buoni per far soldi; accade così che numerosi locali, gestiti da impresari senza scrupoli, organizzino maratone di ballo (con tanto di pubblico pagante che scommette sui partecipanti) a cui si iscrivono desperados di ogni ceto e di ogni età nella speranza di vincere il premio in palio. Non si uccidono così anche i cavalli? racconta di una di queste folli competizioni; e lo fa in maniera talmente realistica che lo spettatore soffre insieme ai protagonisti, e come loro arriva a sentirsi mancare il fiato. Tra i partecipanti sono un'aspirante attrice in cerca di un contratto cinematografico ma che finisce per diventare pazza (Susannah York); un marinaio di una certa età che danza sino allo sfinimento fisico (sino alla morte per infarto, per la precisione - Red Buttons); una giovane donna incinta, accompagnata dal marito (Gig Young); Gloria, una ragazza disperata, fortemente motivata ad accaparrarsi i 1.500 dollari di premio (Jane Fonda); e infine Robert, un ragazzo trasognato (Michael Sarrazin) attraverso i cui occhi sgranati, da fanciullo in perenne stato di stupor, viene osservata l'intera vicenda.

Il nostro è un periodo in cui sul piccolo schermo imperversano i Ballando sotto (e con) le stelle, dove le piccole "bue" dei concorrenti vengono ingigantite allo scopo di moltiplicare gli indici di ascolto. Dopo aver visto questo film, sicuramente molti spettatori considereranno le gare di ballo con occhi diversi.

Uscito in piena èra di rivolta giovanile e di forti impennate culturali, il film di Pollack non poteva non lasciare il suo segno (e che segno! davvero sconvolgente). Nel bel mezzo dell'utopia del flower power, il regista ci propone... un'antiutopia. Il messaggio è: "il mondo è marcio e non c'è speranza di cambiarlo". They Shoot Horses, Don't They? è un classico ingiustamente semiobliato. Tratto da un romanzo di Horace McCoy, ha un finale inevitabile - presagito fin dal principio dallo sguardo ormai vuoto e privo di speranza di Jane Fonda (bravissima) -: Gloria induce il suo compagno di ballo, Robert, a ucciderla con un colpo di pistola. Proprio come si fa per i cavalli giunti al capolinea.

Ma la scena più toccante è quella in cui l'altrettanto stupenda Susannah York (Alice) va sotto la doccia completamente vestita. I suoi occhi spalancati, segno della pazzia, fanno venire i brividi. Quegli occhi ipnotizzano letteralmente lo spettatore, ricordandogli quanto è sottile il filo che separa la realtà apparentemente concreta delle nostre azioni quotidiane da quella della perdizione totale, dello smarrimento senza alcuna speranza di ritorno. La York si sarebbe meritata l'Oscar. Purtroppo, l'Academy Awards fu parecchio avara nei riguardi di questa pellicola; soltanto Gig Young si aggiudicò una delle statuette: quella di attore non protagonista, riuscendo comunque a battere colleghi del rango di Jack Nicholson (Easy Rider) e di Elliott Gould (Bob & Carol & Ted & Alice).

postato da: cumuli alle ore 18:07 | link | commenti (1)
categorie: cinema
venerdì, 13 aprile 2007

Così va la vita

E' morto il più grande scrittore americano del XX secolo. Anzi: il secondo più grande, dopo Kilgore Trout.

Partendo dalla fantascienza, Vonnegut ha compiuto vertiginose virate esplorando il senso della vita. Inizialmente eroe della controcultura, si ritrovò presto a essere un pellegrino delle alte sfere accademiche.

Nonostante il successo commerciale dei suoi romanzi (14 in tutto), era malato di depressione. Nonostante fosse un fumatore accanito, è riuscito a vivere ben 84 anni.

So it goes.

Così va la vita.


Negli Anni '60 e '70 Kurt Vonnegut era avanzato a figura di culto per gli studenti americani, e oggi molti dei suoi libri sono considerati classici della controcultura. Uno di questi è Mattatoio n.5 (Slaughterhouse-Five).
Allegoria? Fantascienza? Ricordi autobiografici? Storia? Trattato di filosofia? Un po' di tutto questo, e anche più.
Billy Pilgrim ("Pellegrino"), giovane soldato americano preso prigioniero dei nazisti dopo la battaglia sulle Ardenne, viene rapito da Dresda da extraterrestri che viaggiano nel tempo e che lo conducono sul pianeta Tralfamadore. Da allora, per Pilgrim non esistono più barriere temporali: va avanti e indietro per passato, presente e futuro, onnisciente di ogni tappa della propria vita (conosce anche il giorno in cui morirà, e come morirà). Nel libro fa la sua prima apparizione anche Kilgore Trout, uno dei personaggi-simbolo di molte opere di Kurt Vonnegut. Kilgore Trout ("kill-gore-trout": "uccidi tremendamente la trota"!) è un prolifico scrittore di fantascienza, dalla fantasia sfrenata ma praticamente sconosciuto persino ai più accaniti fans di questo genere letterario: un alter ego in negativo dello stesso Vonnegut.
Mattatoio n. 5 fu pubblicato nel 1969, in piena guerra del Vietnam. Partendo dai propri ricordi, culminati nella prigionia a Dresda e nel bombardamento della città tedesca da parte degli Alleati, l'autore dilaga in tutte le direzioni, si muove nello spazio e negli anni (come il suo protagonista Pilgrim), effettua piroette verso altri pianeti, per tornare poi a bomba agli orrori della guerra, non troppo velatamente accusando di atrocità non solo i nazisti, ma anche l'altra parte, ovvero gli inglesi e gli americani. Il sottotitolo del romanzo, "La crociata dei bambini", allude alla giovanissima età dei soldati che combattevano sul fronte, soprattutto negli ultimi anni del conflitto.

Il romanzo fu portato sul grande schermo nel '72 dal regista George Roy Hill; la versione cinematografica è brillante, ma tuttavia non all'altezza dell'opera letteraria, la quale presenta molte, troppe sfaccettature per prestarsi a un'adeguata "adaption".

Vonnegut, tedesco-americano di quarta generazione, dopo la pubblicazione di Slaughterhouse-Five andò incontro a una grave depressione e minacciò di non scrivere mai più. Nel 1984 tentò di suicidarsi con un cocktail di barbiturici e alcol. I suoi romanzi erano un miscuglio di elementi immaginari e autobiografici, paragrafi di una sola frase e punti esclamativi. Per alcuni critici aveva inventato un nuovo tipo di letteratura, mentre altri lo accusarono di ripetersi, o di riciclare temi e personaggi. Alcuni lettori trovavano addirittura incoerenti i suoi lavori. I più, di contro, lo elessero nel Parnaso dei migliori scrittori americani del XX secolo, e per qualche tempo fu in odore di Premio Nobel.
 

Ciao, Kurt, e grazie di tutto. Good-bye, Auf Wiedersehen.

postato da: cumuli alle ore 12:11 | link | commenti
categorie: letteratura
martedì, 10 aprile 2007

La Leggenda Degli Uomini Straordinari

(The League of Extraordinary Gentlemen)

Anno di uscita: 2003

Cast: Sean Connery, Naseeruddin Shah, Peta Wilson, Tony Curran, Stuart Townsend, Shane West, Jason Flemyng, Richard Roxburgh, Max Ryan
Regia: Stephen Norrington
Sceneggiatura: James Robinson
 

 La Leggenda degli Uomini Straordinari, ambientato alla fine del XIX secolo, è tratto da un fumetto di Alan Moore (storia) e Kevin O’Neill (disegni) ed è stato diretto da Stephen Norrington. Girato a Praga, Vienna, Malta, in Canada, Islanda, Marocco e California, è un classico esempio di steampunk.

Il principio dello steampunk è prendere l'età vittoriana - o qualche altra era trascorsa - e aumentare considerevolmente il livello tecnologico, pur mantenendolo in stile con l'epoca reale. Wild Wild West e Van Helsing sono altri esempi cinematografici di questo genere, o, meglio, sottogenere (della fantascienza), cui si dedicano molti autori di romanzi e fumetti.

Il film piacerà soprattutto a chi è appassionato della grande letteratura fantastica di fine Ottocento e di autori come H. Rider Haggard, Bram Stroker, Robert Louis Stevenson, H.G. Wells, Jules Verne, Oscar Wilde e Mark Twain. Dalle loro storie sono infatti tratti i protagonisti di The League of Extraordinary Gentlemen, che incredibilmente si ritrovano tutti insieme per sconfiggere il male, Fantom.

Un truffatore, uno scienziato, una spia, un cacciatore, un vampiro, una bestia, un immortale: questi i membri della “lega dei gentiluomini straordinari” reclutati dal misterioso M. Il loro compito è di fermare un folle criminale dotato di armi avanzatissime, il quale ha in programma di scatenare una guerra mondiale. Il governo inglese mette a capo del gruppo l’avventuriero Allan Quatermain (Sean Connery), che sarà accompagnato nella missione dal Capitano Nemo (con turbante e barba da santone indiano!), dalla vampira Mina Harker (Peta Wilson), dall'Uomo Invisibile, da Tom Sawyer (la presenza nel film di questo personaggio fa un po' storcere il naso, ma probabilmente i produttori volevano dare un tocco di "americanismo" alla vicenda), da Dr. Jekyll/Mr. Hyde (che qui ha assurdamente le sembianze di una specie di Hulk) e da Dorian Gray (Stuart Townsend, già interprete de La Regina dei Dannati).
Il gruppo giunge a Venezia a bordo del sottomarino del Capitano Nemo, il Nautilus. Nella Serenissima, il Fantasma, nascosto dietro una maschera, sta tentando di sabotare una conferenza di leader mondiali e di affondare la città con un grosso quantitativo di esplosivo. La battaglia proseguirà nell’Europa Orientale, con enormi macchine da guerra.

Il titolo in italiano è un vero obbrobrio. Perché non "La Lega dei Gentiluomi Straordinari"? Boh.

Il film è puro entertainment ma fu bistrattato dalla critica ufficiale, fatto che ne segnò il parziale fallimento al botteghino. Anche i critici nostrani non furono benevoli, a parte qualche eccezione:

"(...) collaudati scoppi, rovine improvvise, Venezia, Parigi e Londra ricostruite, mostri, giganti, inconsci che vanno a fuoco. Certo, nella confusione pop, Connery, dotato di fucile africano per safari, ha un sorriso che sfocia in mille sfumature, ma anche gli altri, tra una mutazione e l'altra, si dan da fare." (Maurizio Porro, Corriere della Sera, 11 ottobre 2003)

postato da: cumuli alle ore 01:42 | link | commenti
categorie: cinema
sabato, 07 aprile 2007

William Boyd - Inquietitudine

William Boyd è nato ad Accra, in Ghana, da genitori scozzesi, il 7 marzo del 1952. Dopo essere cresciuto in Ghana e Nigeria, studiò a Nizza, Glasgow e Oxford. Oggi vive a Londra. È considerato a ragione tra i massimi scrittori inglesi viventi.

Debuttò con alcune interessanti sillogi di racconti (tutte premiate) e la sua prima prova come romanziere, A Good Man in Africa (1981), gli fece guadagnare il Whitbread First Novel Award e il Somerset Maugham Award. L'Africa è ovviamente al centro di molte sue opere, sia romanzi sia racconti. Tra i suoi libri segnaliamo: An Ice-Cream War ('Come neve al sole'; finalista del Booker Prize 1982), il formidabile Brazzaville Beach (James Tait Black Memorial Prize 1990), Stars and Bars ('Stelle e strisce'), The Blue Afternoon ('Un pomeriggio blu'; Sunday Express Book of the Year 1993, Los Angeles Times Book Prize 1996), The New Confessions, Armadillo, Nat Tate (biografia fittizia di un artista americano) e Any Human Hearts ('Ogni cuore umano').

Hollywood ha sempre amoreggiato con Boyd, che cercò di adattarsi allo stile di vita californiano - e in particolare losangelino - ma decise infine di andarsi a impiantare definitivamente a Londra. Otto suoi scripts sono diventati altrettanti film (anche quello di Chaplin - in italiano: 'Charlot' - reca, tra le altre, la sua firma). In particolare le versioni cinematografiche dei suoi libri A Good Man in Africa e Stars and Bars hanno raccolto elogi dalla critica, anche se il successo al botteghino è stato modesto (i due film sono stati interpretati rispettivamente da Sean Connery e da Daniel Day-Lewis). Il romanzo Stars and Bars è nato proprio dall'esperienza americana di Boyd; è l'esilarante saga di Henderson Dores, un mercante d'arte inglese che vive negli States avventure assai bizzarre; dove però l'elemento più bizzarro è la sua inglesità, e non l'ordinaria follia quotidiana degli americani.

Boyd racconta con enorme facilità di vari luoghi del mondo, anche se in alcuni di essi non è mai stato: Berlino (in The New Confessions) e Manila (The Blue Afternoon). Con uguale agevolezza riesce a narrare in maniera sorprendentemente efficace e realistica di epoche remote, come per esempio della Prima Guerra Mondiale in The Ice-Cream War così come nel film The Trench (del 1999, da lui stesso diretto). E due dei suoi romanzi hanno come protagonista un 'io' femminile: Brazzaville Beach e The Blue Afternoon.

 Boyd è sposato dal 1975 con Susan Anne Wilson.

 

 Inquietitudine: È l'estate del 1976, un'interminabile calda estate inglese. Ruth Gilmartin è giunta in macchina nel minuscolo villaggio di Middle Ashton dove vive sua madre. Il paese ha l'aspetto di sempre: una Shangri-La all'incontrario nel cuore perduto dell'Inghilterra dove, come per un misterioso sortilegio, tutto sembra diventare a ogni istante più vecchio, ammuffito, decrepito. La grande casa del XVII secolo al centro del villaggio traballa sui suoi legni divorati dai tarli; la chiesa è sempre più buia e umida, soffocata dagli alberi che sprofondano il villaggio in un crepuscolo perenne; la villetta di Sally, la madre di Ruth, è immersa come sempre in un verde selvaggio e incolto. Tutto sarebbe tediosamente uguale alle innumerevoli volte in cui Ruth è accorsa a Middle Ashton col piccolo Jochen al seguito, se sua madre non avesse un comportamento a dir poco bizzarro. È comparsa sulla soglia della casa seduta su una sedia a rotelle, con le braccia allargate come per accogliere in grembo figlia e nipote. Una volta in casa poi, è balzata giù dalla sedia, si è chinata per dare un bacio a Jochen e ha raggiunto la finestra schermandosi gli occhi per sbirciare fuori, verso il bosco di querce, faggi e noci. Ruth ha avuto la netta sensazione che stesse accadendo qualcosa di strano. Una sensazione che è diventata angosciosa certezza quando Sally ha afferrato un raccoglitore di cuoio e le ha detto porgendoglielo: "Vorrei che lo leggessi". Sul contenitore c'era scritto: "Storia di Eva Delektorskaja".

                                                          Edizioni: Neri Pozza. Anno: 2006.

postato da: cumuli alle ore 09:41 | link | commenti
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