Soldati, campi di grano e James Dean
di Giorgio Piumatti. Prospettiva Editrice, 2006.
Terrence Malick è un regista talmente schivo che lo si può paragonare allo scrittore Thomas Pynchon, del quale addirittura non esistono ritratti veritieri. Piumatti lo accosta a J.D. Salinger, e va anche bene. Fatto sta che Malick, che al momento dell'uscita di questo libro aveva diretto appena tre film, rimane l'oggetto misterioso di Hollywood, l'UFO in un cielo di stelle o presunte tali. E apparentemente non si tratta di una messa in scena per crearsi intorno un'aura di maggiore fascinazione: quest'uomo è davvero così, è genuinamente timido, forse pauroso, con l'ossessione di voler cavare dagli attori quel quid di autenticità che spesso nemmeno i teatranti più consumati hanno. E' un regista geniale al limite della follia, strepitosamente unico... o comunque catalogabile tra quei directors che hanno in Stanley Kubrick il loro indiscusso "milus primus".
Con Soldati, campi di grano e James Dean Giorgio Piumatti riesce a mettere sul fuoco tanta di quella carne che persino il lettore meno pratico di cinema non può che sviluppare perlomeno uno scampolo di curiosità per il personaggio e l'uomo Malick.
Tutto ebbe inizio forse nel 1968, allorché Terrence aveva 25 anni e uno dei suoi due fratelli si tolse la vita. Oppure ancor prima, ovvero con l'emigrazione dei suoi genitori o dei suoi nonni negli U.S.A. (suggeriscono le cronache che il padre sia di origine libanese mentre la madre è, o dovrebbe essere, irlandese). Finanche le biografie online più aggiornate non ci forniscono dati certi e vanno spesso in contraddizione tra di esse...
Nel suo essay, Piumatti si concentra soprattutto sui primi tre film del regista, analizzandoli sia nella trama, sia nei particolari della realizzazione tecnica. Trattasi di La rabbia giovane (Badlands, 1973), I giorni del cielo (Days of Heaven, 1978) e il più celebre La sottile linea rossa (The Thin Red Line, 1998). Nel frattempo sono 5 le pellicole che Malick ha girato (parliamo di lungometraggi), ma questo lavoro di Piumatti, dal sottotitolo esplicativo "Gli sguardi e le voci nel cinema di Terrence Malick", resta comunque (pur con il suo montaggio approssimativo di citazioni tradotte e con le sue osservazioni spesso nervose, riportate direttamente dalla copia a nero) uno dei saggi "malickiani" più interessanti riscontrabili presentemente in Italia.
Più alti dei giganti più veloci di Moser

Matteo ha 8 anni nel 1984, quando Francesco Moser si prepara a battere il record mondiale dell’ora. Più alti dei giganti più veloci… è la storia di questo bambino sensibile e intelligente, ma è anche la storia dei suoi genitori, dei suoi nemici (acerrimi) e dei suoi amici (imbarazzanti). E’ la cronaca di una cittadina apparentemente piena di “buzzurri”, un posto umano-umanissimo, indubbiamente italico, mosaico formato da anime gradevoli e da altre decisamente contorte, tutte ben amalgamate nella coralità che Fumelli tanto sapientemente ha saputo trasporre su carta.
E’ un gran bel romanzo; anzi, a mio parere un vero e proprio capolavoro. Il miglior libro che mi è capitato tra le mani da almeno 5 anni a questa parte.
Nessunissimo dei personaggi è trascurabile o superfluo. Indimenticabili soprattutto il poeta-filosofo “Zorro” e la vecchia signorina Frescobaldi con il suo odioso cagnolino Cirillo. I singoli episodi - anche i più grotteschi -, l’ambientazione e la descrizione dei desideri e dei vezzi delle maschere hanno un fondamento veritiero, e la Via Crucis del piccolo Matteo rappresenta degnamente il percorso di ricerca di un “io” sballottato tra deprimenti delusioni e impeto quasi ilare di riscatto liberatorio.
Leggetelo. E’ un gioiello della moderna letteratura italiana.
AUTORE: Francesco Fumelli
Edizioni Pendragon, 2008
Come si prendono in giro i lettori sprovveduti
Lara Kant
La barca senza porto
Giraldi Editore
E' di nuovo il classico esempio di letteratura da dozzena, un libro con pseudorivelazioni sensazionali che in realtà non scandalizzano più nessuno. Da Porci con le ali (Lombardi Radice & Ravera, 1976), attraverso Volevo i pantaloni (la licatese Lara Cardella, 1989) fino a tutta una serie di romanzi a sfondo sessuale scritti da ragazzette e/o loro madri e sorelle maggiori (i ghost writers sono numerosi nel nostro Paese!), l'italica editoria può vantare diversi successi commerciali realizzati sfruttando la morbosità di certa parte dei lettori. La formula è semplice: carnalità sfrenata con un'ombra di pretesa "sociale".
La pubblicità di La barca senza porto dice:
"Il romanzo è nato dalle sorprendenti confidenze di una ragazza, Emma, che l’autrice incontrò anni fa durante uno dei suoi viaggi.
Il romanzo racconta l’impressionante storia di questa ragazza che, all’età di 13 anni, fu stuprata dal padre di una sua amica. In seguito alla violenza, che in principio la ragazzina identifica come penoso tentativo di omicidio, cade in gravissimo stato di anoressia senza ritorno."
E' ovvio: con La barca senza porto, per poter essere "originale" rispetto alla caterva di libri simili che lo hanno preceduto, si va ancora più addentro nei dettagli "sporchi", si abbandonano le allusioni; le scene di sesso vengono descritte "papale papale". E in più c'è l'anoressia, che non guasta mai (ed è pure di moda!), oltre all'obbligatoria traccia "onirico-criminale". Ma se io voglio sollazzarmi con del sesso, meglio ancora se malato (giusto come in questo caso), allora o mi compro un romanzo dichiaratamente a tema sadomaso oppure un video porno "super hard". Giraldi Editore, e tutti quegli altri stampatori che cercano di guadagnare denaro con queste operazioni furbette, dovrebbero mettersi a riflettere sul proprio ruolo nella società. Fare l'editore c'entra poco con l'incassare soldi a palate, e molto (anzi: tutto!) con la pedagogia, poiché l'editore è (o originariamente era) il mestiere - anzi: la missione - di chi ha scelto di mettersi dalla parte della cultura.
Come se non bastasse, sulla homepage della presunta autrice (www.larakant.com) viene vantato un "sensazionale successo" in America ("il libro della scrittrice fiorentina diventato in America un caso letterario") mentre in realtà in America sia lei, sia i suoi libri, sono completamente sconosciuti! Basta fare una piccola ricerca con Google: la Kant ("cunt"?!?) viene recensita solo in patria, e all'estero di lei non esiste la benché minima traccia.
Dunque, una presa per i fondelli colossale, architettata ai danni degli spiriti semplici... e in Italia, evidentemente, di appartenenti a tale categoria ne abbiamo a bizzeffe.
Ergo: non comprate quest'ennesima bufala su carta stampata. Già che ci siete, boicottate del tutto l'editoria "ufficiale", prediligendo le soluzioni alternative. Non cadete nelle grinfie di quella che ormai è diventata l'industria del non-pensiero. Anzi, fate di più: andate nelle bancarelle dell'usato e rifornitevi (spendendo molto meno) di bei romanzi, quelli a firma di autori realmente grandi, che da decenni - purtroppo - non vengono più ristampati. Lasciate stare le cronache rosa - o rosso porpora - di queste belle figliole con la bocca studiatamente imbronciata: nessuna di loro può definirsi, nemmeno lontanamente, un'erede di Françoise Sagan.
▒░▒▒▒▒▒▒░▒▒▒▒▒▒▒▒░▒▒▒▒▒▒▒▒░▒▒▒▒▒▒░▒
Volete leggere delle critiche letterarie veramente assassine? Ecco quelle di Edward Sciabazz, sul blog di "Sborror": critica I, critica II, critica III, critica IV.
Iron Sky
I nazisti sulla luna

Il concetto c'è, la possibilità di sviluppare scene al computer pure (eccome!). Anzi: gli ideatori di Iron Sky hanno già pensato ad approntare un trailer che hanno scaricato su YouTube.
La storyline è abbastanza promettente: nel 1945 i nazisti andarono a rifugiarsi sulla luna; nel 2018 sono abbastanza pronti per tornare sul nostro pianeta e conquistarlo definitivamente, marciando col passo dell'oca.
Di sicuro qualche produttore cinematografico sfrutterà l'idea per farne un film. Il progetto Iron Sky ha naturalmente una propria homepage. La crew di ideatori (riuniti sotto l'egida "Wreckamovie"), tutta finlandese, ha già alle spalle diversi progetti consimili, e giura che il film sarebbe realizzabile con un investimento di "pochi" milioni di dollari. Per adesso, su un altro sito specifico, alla voce "Budget" si legge: € 4.000.000. Ma non si capisce se sono i soldi già raccolti o quelli che occorrono in totale.
E' un modo molto interessante comunque di proporre e cercare di vendere le proprie idee, usando Internet in maniera professionale.
Altre immagini da Wasserburg e dintorni
Wasserburg am Inn (Baviera)
















Håkan Nesser - "La mosca e l'eternità"
Titolo originale: Flugan och evigheten (1999)
Nel grande bluff delle produzioni superflue rientra questo romanzo del prolifico (troppo!) Nesser. Non è stato ancora tradotto in italiano e io esorto Guanda e Tea, ovvero le case editrici che finora hanno dato alle stampe i suoi libri: almeno questo, ignoratelo!
"La mosca e l'eternità" ha un inizio traballante, cui seguono una correttura di rotta promettente e, subito dopo, un deserto di minuzie desolate e desolanti. Non è un poliziesco vero e proprio, non è una psycho story... è solo perdita di tempo, farcita di annotazioni filosofiche (alcune interessanti, certo) e di ricordi di gioventù tutt'altro che esaltanti o pregni di originalità.
Håkan Nesser fa parte di quella schiera di autori scandinavi che sono stati gonfiati a tavolino e che oggi inondano il mercato simili a folli aspiranti suicidi che corrono per strada con in mano una corda e con, nell'altra, una pistola. Tu li guardi e pensi: "Ora finalmente si ammazzano", ma poi sei tu a ritrovarti con la corda al collo o con la pistola puntata sulla nuca.
Occasionalmente Nesser riesce a colpire il bersaglio, soprattutto quando il protagonista dei suoi romanzi è il commissario Van Veeteren. Però con questo polpettone (che nelle premesse è, per molti versi, simile a L'uomo che visse un giorno) ha fatto decisamente un buco nell'acqua.
As in Heaven
(Så som i himmelen ["Come in cielo"]; Svezia, 2004)
(Altri titoli: As It Is in Heaven, Wie im Himmel, Tierra de ángeles...)

I migliori film mai realizzati arrivano tutti dalla periferia dell'Impero (cinematografico): Gran Bretagna, Paesi Scandinavi, Giappone, Oceania. Questo gioiellino del regista svedese Kay Pollak, che da noi - a quanto ne so - è bellamente sconosciuto, è stato nominato per l'Oscar 2005 per il miglior film straniero e ha collezionato in Europa svariati premi.
Kay Pollak
E' la vicenda di Daniel Daréus, un direttore d'orchestra di rango internazionale che, in seguito a un infarto, si ritira dalle scene per tornare al suo villaggio natio in Norrland, fredda e desolata regione settentrionale della Svezia. Da quel posto, Daniel era praticamente fuggito da bambino, impossibilitato a far convivere la sua sensibilità con le rozzezze tipiche del mondo rurale; ma, ora che sente essere giunto il tramonto della propria vita, decide di riguadagnare le antiche sponde, come per dover chiudere il cerchio, come per completare il mandala dell'esistenza. La sua prima azione è quella di comprare l'edificio che una volta ospitava la scuola elementare, teatro dei suoi "primi dolori".

Gli inizi della nuova vita di Daniel Daréus sono tutt'altro che promettenti: è come se cozzassero due pianeti diversi. Da una parte c'è questo uomo superacculturato, conoscitore di metropoli come Parigi, Londra, Tokyo, New York; dall'altra una manciata di paesani buzzurri che, peraltro, vengono tenuti sotto torchio dalla Chiesa Protestante. Il Nostro fa fatica dapprima anche solo a comunicare con la gente; poi, per dare significato alla propria presenza in quel luogo, si reca dal pastore luterano offrendosi di dirigere il coro della chiesa.
Comincia così quella che ben presto diverrà una fiaba musical-umanistica. Le pretese di Daniel di produrre una "musica che apra i cuori" fanno sì che molti paesani arrivino a spezzare le proprie catene, sollevandosi al di là del presunto destino, con l'acquisizione di coscienza e conoscenza. Tutti quanti, dall'ultimo degli idioti alla moglie dello stesso pastore, sviluppano finalmente una propria personalità e ribadiscono il loro diritto a esserci. "Ognuno di noi ha una sua personalissima voce" ricorda loro Daniel, esortandoli a liberarsi da ogni paura. I timbri vocali dei singoli, unendosi a quelli degli altri villaggiani, si trasformano in un potente strumento in grado di unire cielo e terra.
Il regista racconta molto bene i contrasti che sorgono tra il pastore e il nuovo maestro del coro, non lasciando spazio alle illusioni e alle soluzioni fantastiche: il pastore infatti rimarrà testardamente ancorato sulle proprie posizioni, e neppure sua moglie riuscirà a convincerlo che l'eros e la bellezza non sono peccati e che Dio ("se un Dio c'è") non condannerebbe mai chi in fondo cerca solo un po' di gioia. E anche la storia d'amore tra Daniel e la giovane Lena è esposta in maniera realistica e disincantata. Il carattere "fiabesco" del film non è dovuto ad artefizi narrativi, ma alla capacità di Pollak di snocciolare quanto di più bello e sorprendente è contenuto nell'essenza umana, al di sotto - spesso molto al di sotto - delle soprastrutture che recano il marchio di religione, superstizione, ignoranza e potere.
Alla fine, i coristi si rendono indipendenti dalla chiesa e si recano di propria iniziativa in Austria per partecipare a una competizione canora; ma giusto in quello che avrebbe dovuto essere il giorno del suo trionfo, Daniel avrà il suo ultimo, purtroppo letale infarto. La scena di chiusura, con le voci libere che anarchicamente, stupendamente riempiono l'intero oratorio coinvolgendo tutti i presenti, è di quelle che difficilmente lo spettatore dimenticherà. Non a caso, il celebre Daniel Daréus si spegne con il suono della propria "creatura a più gole" che gli rimbomba nella mente e nell'anima...
Så som i himmelen
Regia: Kay Pollak
Sceneggiatura: Kay Pollak, con la collaborazione di Anders Nyberg, Ola Olsson, Carin Pollak, Margaretha Pollak.
Cast: Michael Nyqvist (Daniel Daréus), Frida Hallgren (Lena), Helen Sjöholm (Gabriella), Lennart Jähkel (Arne), Ingela Olsson (Inger), Niklas Falk (Stig) e.a.
Tom Wolfe

Tom Wolfe (Richmond, 1931), da non confondersi con Thomas Wolfe (1900-1938), è una delle grandi firme della Letteratura Americana degli ultimi decenni. Può essere considerato un intellettuale conservatore, ma solo per ciò che riguarda i contenuti (e non sempre), non certo per la forma.
Cominciò con una prosa fatta di suoni onomatopeici, neologismi, frasi incastrate tra di loro... per passare a stilemi meno avventati, ma sempre ricorrendo, "naturalisticamente", all'uso di slang e dialetti.
Come giornalista, si proponeva di raccontare i fatti di cronaca in maniera letteraria, lasciando libera la fantasia, alla maniera di Hunter S. Thompson (Paura e disgusto a Las Vegas).
A proposito di Thompson, mi piace ricordare che la sua scrittura si ispirava a quella (automatica, o "prosodia bop") degli esponenti della beat generation, Jack Kerouac in particolare. E Kerouac aveva, tra le sue fonti ispiratrici, il quasi-omonimo di Tom, ovvero Thomas Wolfe...
"Noi non volevamo fare una carriera mediatica o nell'editoria. Volevamo scrivere. E diventare famosi scrivendo." Così Tom Wolfe descrive i suoi inizi.
Nel 1963, venne inviato dalla rivista Esquire nel Sud California per lavorare a un articolo sulla nuova cultura anticonformista. Wolfe spedì al suo editore Byron Dobell una lettera con il risultato delle sue ricerche. Questi rimosse semplicemente le prime due parole ("Dear Byron") e pubblicò la missiva così com'era, con il titolo "There Goes (Varoom! Varoom!) That Kandy-Kolored Tangerine-Flake Streamline Baby." A molti il pezzo piacque e ciò segnò la nascita del "New Journalism". "The Kandy-Kolored Tangerine-Flake Streamline Baby" fu poi pubblicato insieme ad altri simili resoconti nel volume The Electric Kool-Aid Acid Test (L’acid test al rinfresko elettriko, un resoconto delle avventure "all'LSD" dell'autore Ken Kesey e dei suoi Merry Pranksters, una crudele e riuscitissima parodia dei radical chic statunitensi).

Wolfe è l'intellettuale disorganico che meglio fotografa i mutamenti, le stupidità, i trend, le manie di una società in perenne ribollio. Mentre in America era già un'istituzione, da noi lo conoscevano in pochissimi, finché non pubblicò Il falò delle vanità, un romanzo che riassume cupidigia, disperata povertà, sfarzo, tensioni razziali e corruzione della New York Anni Ottanta. (Alcuni di voi avranno visto l'omonimo film, interpretato da Tom Hanks, Bruce Willis e Melanie Griffith).

Ormai ha alle spalle, oltre agli acclamatissimi saggi e alle raccolte di reportages, diversi romanzi che sono tutti bestsellers (anzi: long sellers), e il suo nome viene affiancato a quelli dei più grandi scrittori americani, soprattutto i "realisti": Norman Mailer, Saul Bellow, John Updike, Philip Roth...
Per chi vuole leggere un buon prodotto narrativo di Tom Wolfe, consiglio, oltre a Il falò delle vanità, gli altrettanto formidabili (perché caustici, molto ben documentati, iperrealistici) Un uomo vero e Io sono Charlotte Simmons.
Personalmente, considero Un uomo vero il suo capolavoro assoluto.
Rain Man
(USA, 1988)

Nella storia del cinema non sono poche le pellicole che trattano l'argomento dei diversi, degli anomali, dei freaks: dal disturbante Freaks - appunto! - del 1932 per la regia di Tod Browning, ai film di John Cassavettes con la splendida moglie Gena Rowlands nei ruoli di schizofrenica (A Woman Under the Influence, 1974, co-interpretato da Peter Falk, marito italo-americano che vuole negare a se stesso l'evidenza della malattia di Gena/Mabel), di attrice che entra in crisi dopo la morte di un suo fan (Opening Night del '77), di donna che ha un rapporto controverso con il proprio fratello (Love Stream, 1984; nel finale, l'attore-regista sventola il cappello a mo' di saluto: sarà il suo congedo dal cinema e dalla vita).
Cassavettes ha sempre avuto problemi a farsi accettare dai produttori di Hollywood. Uno dei suoi ultimi film, Big Trouble (1986), ancora con Peter Falk e in più l'incommensurabile Alan Arkin, strizza l'occhio al mainstream. Questa commedia fu l'estremo, vano tentativo da parte sua per conquistare un pubblico più vasto prima di scomparire, all'età di 60 anni.
Faces del 1968 (una produzione italiana!) e Husbands del 1970 sono da ritenersi i due grandi capolavori di Cassavettes, che speriamo di poter rivedere presto su DVD.

Ma che dire di Rain Man? E' un film stupendo e, per certi versi, immortale. Chi ha a che fare con soggetti autistici, chi vive insieme a loro sotto uno stesso tetto, o anche chi vuole solo sapere che cos'è l'autismo, non potrà che gradire, amare questa pellicola. Il regista, Barry Levinson (è lo stesso del recente Disastro a Hollywood), ha fatto un ottimo lavoro di bilanciamento tra gli interessi economici e i sentimenti che smuovono l'animo di Charlie Babbitt (Tom Cruise), anche se c'è da dire che in questo senso il merito maggiore va a Barry Morrow, che ha scritto la storia, e a Ronald Bass, che lo ha aiutato nella compilazione della sceneggiatura. Ma Levinson ha creato dagherrotipi semplicemente memorabili.

Alla fine, sono i sentimenti ad averla vinta. L'affetto di Charlie per il fratello Raymond (Dustin Hoffman) gli farà rinunciare a ogni velleità di impadronirsi dell'eredità paterna. Il film è un sì alla vita in tutte le sue manifestazioni.

Titoli correlati (opere cinematografiche che ci parlano di persone tagliate fuori dalla dilagante frenesia quotidiana):
Paris, Texas
Sideways - In viaggio con Jack
Election (non quello di Johnny To, bensì il film di Alexander Payne del 1999)
Broken Flowers
Ghost Dog
Buffalo 66
Pomodori verdi fritti alla fermata del treno
(...)
UNA MONTAGNA DI BALLE
Godetevela!
e prenotate una copia sul sito di
Prossima uscita:
documentario_ digitale_ colore (2009)- 60 min (disponibile versione inglese)
una produzione di insu^tv
da un'idea di Sabina Laddaga, Maurizio Braucci e Nicola Angrisano
con la voce narrante di Ascanio Celestini
con le musiche di Marco Messina
regia di Nicola Angrisano
Sinossi:
Dal 2003 al 2009 un gruppo di videomakers ha documentato la cosidetta "emergenza rifiuti Campana" per svelarne gli ingranaggi e individuare le responsabilità di quindici anni di "gestione straordinaria", costata miliardi di euro e decine di processi in corso. Ma dove finiscono i rifiuti campani? Quali sono le ferite di una terra bruciata e i danni alla salute di milioni di persone? Il più grande disastro ecologico dell'Europa Occidentale raccontato dalle voci delle comunità in lotta. L'assalto ai fondi pubblici, le zone d'ombra della democrazia, il boicottaggio della "differenziata", le collusioni con le ecomafie e le proposte di chi si interroga seriamente sulle alternative. E se "vivere in emergenza" fosse solo una strategia per accumulare profitti!?
"Una montagna di balle" è un autoproduzione, puoi aiutare a finanziarla prenotando la tua copia in DVD su: produzioni dal basso
Per sostenerci bisogna andare sul sito, cliccare "prenota la tua copia", registrarsi e prenotare.
Il documentario sarà comunque riproducibile liberamente, anche dal punto di vista legale, perchè siamo contro il copyright. Ti chiediamo però di prenotare una copia al costo di 7 euri per sostenere economicamente e politicamente quest'autoproduzione! Il pagamento avverrà alla consegna del DVD.